Blitz quotidiano
powered by aruba

Soldati italiani fucilati come disertori a guerra finita

La foto di di Riccardo Galli

Leggi tutti gli articoli di Riccardo Galli

ROMA – Tra i tanti orrori della seconda guerra mondiale, ce ne sono alcuni che restano nascosti e che se non fosse per il lavoro di qualche storico rimarrebbero del tutto sconosciuti. E’ il caso dei 5 soldati italiani fucilati per diserzione nella notte tra l’8 e il 9 settembre 1943, cioè ad armistizio firmato. Fucilati fuori tempo massimo.

“Siamo in una località in provincia di Cosenza, nella prima settimana di settembre del 1943 – scrive Simonetta Fiori su Repubblica citando un libro in uscita di Mimmo Franzinelli -. Un battaglione di fanteria viene spedito a sorvegliare le coste quando l’armata britannica era già arrivata. In molti pensano che non ci sia più niente da fare. Così una ventina di soldati decide di tornarsene a casa alla spicciolata, mai immaginando che possa allungarsi su quel gesto la punizione esemplare decisa dal severo generale Chatrian: esecuzione capitale per i fuggiaschi”.

Generale Chatrian, piccola nota biografica a margine, che dopo essere stato comandante in epoca fascista della Scuola Militare Nunziatella, tra il1937 ed il 1940, fu membro dell’Assemblea Costituente ed ebbe diversi incarichi di governo, tra cui quello di sottosegretario alla Difesa, in quota al partito cui aveva aderito: la DC.

Cinque dei fuggiaschi vennero catturati, costretti a sdraiarsi incatenati e poi fucilati. Uccisi nonostante lo sgomento della popolazione accorsa a Fuscaldo intorno ai prigionieri legati, nonostante la fermezza del custode che si rifiutò di scavare le fosse prima della fucilazione e nonostante la probabile contrarietà dei commilitoni. L’ordine del generale era stato dato e non ci fu nessuno nella catena di comando che si prese l’onere di far prevalere il buon senso sull’ottusità delle regole e, forse, delle persone.

Fondamentale è infatti la data in cui accadono i fatti in questione: la notte tra l’8 e il 9 settembre. Più di 5 giorni prima, il 3 settembre, era stato firmato non lontano da Siracusa l’armistizio tra le forze italiane e gli Alleati. Armistizio che era in realtà una resa incondizionata dell’Italia ma che comunque, al di là della definizioni, significava tecnicamente la fine della guerra. L’accordo prevedeva però che il trattato entrasse in vigore nel momento in cui fosse stato reso pubblico. Cosa che accade l’8 settembre quando, prima il generale Dwight Eisenhower, alle 18:30 dai microfoni di Radio Algeri, e poi il maresciallo Badoglio alle 19:42 sulle frequenze dell’Eiar, diedero l’annuncio.

La guerra era, a quel punto formalmente finita per le forze armate italiane, il messaggio di Badoglio pur ambiguo, drammaticamente ambiguo nei confronti dei tedeschi, era chiarissimo nei confronti degli angloamericani “contro di loro cesserà ogni azione”. Ma i cinque soldati vennero fucilati lo stesso, di fatto a guerra finita, almeno in Calabria, almeno contro gli anglo americani. Ci sarebbero voluti ancora due anni e centinaia di migliaia di morti prima che l’Italia e l’Europa potessero essere liberate e il nazifascismo sconfitto. Due anni che per il nostro Paese sarebbero stati anche di guerra civile, e non solo contro l’ex alleato e ora occupante esercito tedesco. Ma quelle esecuzioni furono comunque fuori tempo massimo, arbitrarie e singolarmente crudeli.