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Teresa neo santa, l’uso dei poveri per salvarsi l’anima

La foto di di Riccardo Galli

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ROMA – Teresa detta di Calcutta, madre Teresa suora prima fatta beata e ora definitivamente santa dalla Chiesa cattolica, papa Francesco regnante. Una pubblica cerimonia di massa in San Pietro a riconoscere e proclamare la nuova santità. Quale santità, la domanda è legittima anche dal punto di vista laico. Quale santità appunto è stata riconosciuta e proclamata?

La Chiesa ha le sue leggi, i suoi canoni e i suoi valori. Oltre che le sue indispensabili liturgie e riti. E ha bisogno anche di miti. Risibile e improprio sindacare, misurare, calibrare, ragionare con concetti laici appunto di leggi, canoni, valori, liturgie, riti e miti della Chiesa. Insomma la Chiesa fa santo chi le pare e per i motivi che ritiene opportuni e la santità o meno non è questione che riguardi o attenga a chi alla Chiesa non appartiene o non crede.

Ma, santificando, la Chiesa oltre a scegliere le sue icone e “premiare” i suoi campioni, invia anche dei messaggi etici, dei segnali di valori, degli input di comportamento a tutta l’umanità. Lo fa e riconosce esplicitamente di volerlo fare. E qui dunque diventa lecito leggere, decifrare, interpretare e anche giudicare il messaggio che viene da Teresa detta di Calcutta fatta santa.

E il messaggio è quello delle parole a suo tempo pronunciate in vita dalla neo santa: “Il mondo ha tutto da guadagnare dalla presenza dei poveri, è in loro che si vede Cristo”. C’è qualcosa che in queste parole stride fortemente. Stride, cigola, si avverte un clangore etico. Ma quale?

Lo si capisce di colpo ascoltando la radio una mattina. Un conduttore di radio 24, Gianluca Nicoletti, racconta di aver guardato la tv del pomeriggio, Mediaset o Rai che sia, nei giorni di Teresa santa. E di aver visto ovunque conduttrici passare con scioltezza dal dramma della fitness dopo le vacanze alla predicazione accorata della bontà della vita povera, da poveri. Era una scena ridicola nota Nicoletti e domanda a sua volta: ma davvero la povertà è la migliore condizione di vita possibile, quella cui aspirare?

E si passava appunto a Teresa fatta santa in nome e in bandiera della povertà. Santa a glorificazione, canto ed elogio dei poveri. Non a emancipazione dei poveri, sradicamento della povertà…No, no, proprio nel messaggio della neo santa c’è una estetica della povertà che di per sé redime e salva. Redime e salva il povero in quanto tale? Anche, e già questo è stridente, cigolante dal punto di vista etico. La povertà come patente per il paradiso!?

Ma soprattutto la povertà redime e salva chi la osserva e si piega su di essa, la povertà è la manifestazione più piena del divino e osservarla è osservare Cristo. Senza entrare nei risvolti teologici di questo “deismo” incentrato su una manifestazione della “natura” quale la povertà, questa la povertà nel messaggio è patente e ponte per salvarsi l’anima. In ogni caso indispensabile, da curare e lenire ma non da rimuovere.

Il messaggio è di una immanenza, la vita qui su questa terra, necessariamente dolente perché il dolore è la manifestazione del divino. Il messaggio è quello di una predicazione che fa della mortificazione dell’esistenza umana il suo valore primo. Il messaggio è quello della sofferenza consustanziale alla condizione umana. E di conseguenza, conseguenza inevitabile, la non sofferenza allontana da Cristo.

E’ una religiosità cupa, arcigna, medioevale. E anche sospettabile, indiziata di un altruismo viziato dalla funzionalità della propria redenzione. Una religiosità medioevale che Francesco ha elevato al rango di santità. Infinite sono le vie del Signore cattolico e il papa cattolico oggi in Vaticano non sempre è riformatore e rivoluzionario e contemporaneo.