Riccardo Galli

Terrorismo: Arabia Saudita rifiuta minuto silenzio per morti di Londra. Da cacciare dai mondiali

Terrorismo: Arabia Saudita rifiuta minuto silenzio per morti di Londra. Da cacciare dai mondiali

Terrorismo: Arabia Saudita rifiuta minuto silenzio per morti di Londra. Da cacciare dai mondiali

ADELAIDE – Sono stati indicati e definiti come il ‘baluardo contro il terrorismo‘ ma non rispettano e non onorano le vittime del terrore e la loro memoria. E’ il paradosso dell’Arabia Saudita, Paese indicato dal presidente americano Donald Trump quale argine contro le bandiere nere e i tagliagole, e contemporaneamente Paese la cui nazionale di calcio durante il minuto di silenzio per le vittime di Londra sgambetta allegramente per il campo di Adelaide.

“Non fa parte della nostra cultura”, si è giustificata Riyad. Ma che cultura è quella che non rispetta e non onora i morti degli ‘altri’, e si può considerare cultura un simile comportamento? No, probabilmente non si può. E anzi varrebbe la pena ragionare sull’opportunità della partecipazione della nazionale bianco-verde ai mondiali di calcio. Il giocatore che simula un fallo subito per ottenere un vantaggio viene ammonito, la nazionale che ignora il ricordo delle vittime dovrebbe, per logica, incorrere in sanzioni più gravi. Come l’espulsione.

Il ‘fattaccio’ è andato in scena nella notte tra il mercoledì e il giovedì italiani, quando sul campo di Adelaide si affrontavano i padroni di casa dell’Australia e, appunto, la nazionale saudita. Un incontro valvole per le qualificazioni al prossimo mondiale in programma in Russia. Prima dell’incontro la federazione australiana aveva deciso, sia per ragioni di vicinanza culturale che politica con la Gran Bretagna, ma soprattutto perché tra le vittime degli attentati di Londra al London Bridge e al Borough Market c’erano anche cittadini australiani, di osservare un minuto di silenzio in memoria delle otto persone uccise nella capitale britannica.

San raffaele

Un’usanza di cui forse nel mondo del calcio si abusa: sono tantissimi i minuti di raccoglimento a cui ogni tifoso ha assistito. Un’usanza che probabilmente, anzi certamente, non cambia e non migliora il mondo in cui viviamo. Ma un’usanza che è un simbolo. E i sauditi con i loro gesti prima e con la grottesca giustificazione seguita hanno volutamente ignorato e anzi calpestato quel simbolo. “Non fa parte della nostra cultura” è stata, val la pena ripeterlo, la giustificazione di Riyad. Come se chiunque di noi entrando in una sinagoga non mettesse la kippah perché ‘da noi non s’usa’ o ad una cena per vegani servisse interiora e pajata.

Il punto non è la cultura, non sono le tradizioni e tantomeno l’utilità del minuto di silenzio in questione. Il punto è il rispetto. Se si è in casa d’altri si rispettano le abitudini, gli usi e i costumi di chi ci ospita. Si tratta, questa, di una delle regole basi della convivenza. Ancor più basilare quando il tema è quello dei morti. Una società si misura anche da come onora i propri defunti e ancor più quelli degli altri. Mancare di rispetto, calpestare la memoria di chi non c’è più, e in questo caso perché trucidato da fanatici invasati in nome di un dio che esigerebbe il sangue degli uomini che non credono in lui, guarda caso lo stesso dio che i sauditi venerano e su cui basano non solo la loro organizzazione statale ma la loro esistenza stessa, è quanto di peggio si possa fare. Almeno a livello simbolico.

I mondiali non sono, è vero, le Olimpiadi. Quelle Olimpiadi che alla fine dell’800 De Coubertin riportò in vita con il celebre motto ‘l’importante non è vincere, ma partecipare’. E quelle Olimpiadi che in epoca classica interrompevano persino le guerre che venivano sospese per celebrare i Giochi in cui si affrontavano, anche, atleti che sino a pochi giorni prima riempivano le fila di eserciti contrapposti. Rispettandosi. Sarebbe ipocrita dire che dietro i Mondiali di calcio come dietro le Olimpiadi non ci siano interessi economici ma solo ed unicamente il nobile sentimento di rivalità sportiva. Ma un presupposto basilare dello sport e delle nostre società, che attraverso lo sport cercano di insegnarlo, è il rispetto. Senza questo non c’è sport, non ci sono Mondiali e non ci sono società. Restano, al massimo, i 110 miliardi di dollari di armi che i sauditi hanno appena comprato dagli Usa. Punto su cui la cultura di Riyad si è sentita perfettamente a suo agio.

To Top