Riccardo Galli

Trump, in Siria attacco limitato e non intervento militare. Ma bastone mostrato a Putin, Corea e Cina

Trump, in Siria attacco limitato e non intervento militare. Ma bastone mostrato a Putin, Corea e Cina

Trump, in Siria attacco limitato e non intervento militare. Ma bastone mostrato a Putin, Corea e Cina

ROMA – Non un colpo di testa ma un’operazione calcolata e calibrata. L’attacco ordinato dal Presidente Trump alla Siria non è la mossa di un inesperto ed arrogante neo inquilino della Casa Bianca, ma una scelta figlia di un calcolo molto preciso – per quanto quando si lanciano i missili le incognite diventano spesso imprevedibili -, e un messaggio chiaro non solo e non tanto alla Siria, quanto alla Russia di zar Putin, alla Cina e anche alla Corea del Nord. I 59 missili lanciati dalla flotta americana sulla base aerea nelle vicinanze di Homs sono, senza dubbio, la risposta all’attacco chimico di qualche giorno fa su Idlib di cui il dittatore siriano Assad è ritenuto responsabile. Ma come trapela già dalle prime indiscrezioni e dalle prime cronache, era questa la meno dura tra le opzioni presentate al Presidente Trump dai suoi generali.

Un attacco limitato, limitato per gli obiettivi e per i modi. Ma accompagnato, come da tradizione americana, ‘dal grosso bastone‘. Cioè dall’effetto che la dimostrazione di forza a stelle e strisce si propone di avere nei confronti di attori internazionali ben più importanti della Siria. Trump ordina l’attacco letteralmente mentre è a cena con il presidente cinese Xi Jinping. I tempi quindi chiamano in causa la Cina che con la Siria nulla ha a che fare. Ma Cina che ha molto a che fare con un altro Paese che gli Usa hanno già minacciato: la Corea del Nord. Lo sfoggio di forza davanti agli occhi del presidente cinese è un messaggio chiaro che dice ‘controlla il tuo alleato coreano, fallo rientrare nei ranghi oppure lo facciamo noi come in Siria’.

E’ fuori di dubbio che attaccare Pyongyang è cosa molto più complessa che bombardare una base siriana, ma far vedere che dalle parole si è capaci di passare ai fatti, anche infischiandosene delle Nazioni Unite, dà una diversa concretezza alla politica estera sinora sconosciuta del presidente Usa. Fin qui per quel che riguarda la Cina. Ma l’attore internazionale più coinvolto in Siria non è certo Pechino ma Mosca. I russi sono infatti alleati di Assad e di fatto ne garantiscono la permanenza al potere con la loro presenza militare in territorio siriano. Presenza che ha contribuito a soffocare o quasi la ribellione e ricacciare l’Isis, ma presenza che poteva diventare un enorme problema nell’attacco Usa. Uccidere qualche militare di Damasco non comporta infatti nessun problema diplomatico, altro discorso sarebbe invece colpire un militare russo.

San raffaele

E per questo gli Usa prima di attaccare hanno avvertito i russi che erano presenti nella base che sarebbe stata l’obiettivo, dandogli il tempo di evacuare. Ma dando il tempo di evacuare anche ai siriani che, sino a stamane, lamentano infatti appena 4 vittime. Un attacco apparentemente senza senso, che senso ha infatti avvertire il nemico prima di colpirlo? Ha senso se lo si legge nella forma del messaggio. Messaggio che a Damasco dice ‘hai superato il limite, ora ti distruggo qualche aereo ma chiudiamola qui perché nessuno vuole la guerra per davvero’. Nessuno infatti, compreso Trump, vuole i cosiddetti ‘scarponi sul terreno’, cioè l’invio di truppe di terra.

Ma più che per Damasco il messaggio è in questo caso per l’alleato di Assad, e cioè zar Putin. Un messaggio che gli dice che in Siria e in medio oriente non può fare come vuole, che c’è stato un cambio di passo e di modi rispetto all’amministrazione Obama e un messaggio che ha poi anche una platea interna per il presidente Usa. Trump sin da prima delle sua elezione vive con lo spettro di essere quasi una pedina di Mosca, di essere stato aiutato nella vittoria elettorale e di aver troppi punti di contatto con i russi. Fare la voce grossa con Putin, far vedere agli americani che non si è succubi di questi non sarà certo dispiaciuto al rosso presidente Usa. Così inquadrata l’azione militare americana di questa notte rientra alla perfezione nella politica molto americana del del grosso bastone (in inglese Big Stick ideology, Big Stick diplomacy o Big Stick policy), cioè la politica, soprattutto estera, perseguita dal presidente Theodore Roosevelt durante i suoi due mandati dal 1901 al 1909. “Una politica che nella storia statunitense è spesso accomunata al concetto più ampio di diplomazia delle cannoniere, caratterizzata da negoziati pacifici a cui era affiancata la minaccia del ‘grosso bastone’, cioè dell’intervento militare statunitense”, come recita Wikipedia.

To Top