Blitz quotidiano
powered by aruba

Trump, tifosi anche in Isis e Vaticano. Fan petrolieri e assicurazioni

La foto di di Riccardo Galli

Leggi tutti gli articoli di Riccardo Galli

WASHINGTON – Isis, almeno la propaganda, e qualche Vescovo in festa, nel ruolo di tifosi, per così dire esterni, di Donald Trump. E veri, totali e convinti fan di Trump presidente le aziende petrolifere e le assicurazioni. A tifare e ad essere soddisfatti di Donald winner c’è ovunque un sacco di gente. Chi lo guarda e saluta come una ventata di novità, chi meglio lui che chiunque dell’establishment, chi arriva la destra estrema finalmente, chi vedrete quel che un non politico sa fare…

Un sacco di gente sta con Trump, negli Usa e in ogni dove. Gente normale e gente un po’ speciale come appunto gli animatori dei megafoni Isis, i Vescovi cattolici tradizionalisti e infastiditi da Papa Francesco, i petrolieri cui Trump concederà sicuramente più affari e meno regole, le assicurazioni private che beneficeranno alla grande dello smontaggio dello Obamacare (sistema sanitario). Tra gli speciali si è voluto aggiungere, non invitato, il Ku Klux Klan che ha indetto festa in piazza di ringraziamento per Trump presidente.

Magari non tifano e stanno preoccupati chi aveva investito sulle energie alternative e chi produce automobili (e non solo) in Europa. Si temono dazi e Sergio Marchionne accorto si è già detto “pronto a lavorare con la nuova amministrazione Usa”, insomma le mani avanti.  A voler sintetizzare in un flash le prime conseguenze dell’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, si ottiene questa strana foto di famiglia dove si ritrovano insieme gli uomini del Califfato, che esultano perché “il mondo esploderà”, e la Conferenza Episcopale a stelle e strisce che si congratula con il presidente eletto e gli chiede di “proteggere la vita umana dal suo inizio fino alla sua conclusione naturale”.

Insieme a questi, i vari settori dell’economia che, stando alle promesse di The Donald, beneficeranno dell’arrivo del presidente repubblicano. Fuori dalla fotografia, e per questo tutt’altro che in festa, chi invece vede, con l’arrivo di Trump, l’arrivo di nuove e inaspettate difficoltà. Ogni volta che cambia la politica degli Stati Uniti, e specialmente quindi quando da un inquilino della Casa Bianca democratico si passa ad uno repubblicano e viceversa, cambia il panorama mondiale. Cambia dal punto di vista geopolitico, con nuove alleanze in vista e con nuovi equilibri in arrivo, ma cambia anche, e per alcuni versi soprattutto, sotto quello economico e dei valori latamente intesi. E sono proprio questi valori a far sperare i vescovi americani (e forse non solo) che il nuovo corso presidenziale si traduca anche in nuove politiche sociali su temi da sempre cari alla Chiesa di tutto il mondo.

Temi che sono quelli ormai noti e arcinoti come procreazione assistita e aborto, eutanasia e unioni civili. Trump, a prescindere dalle sue personali idee, non porterà gli Stati Uniti ad essere certamente una teocrazia. Anche perché nonostante le speranze delle Conferenza Episcopale americana, non sono gli Usa un Paese cattolico ma per lo più protestante. Ma è comunque lecito sperare, per chi il mondo vede e vorrebbe in questo modo, in politiche meno aperte su questi argomenti. Altre invece le ragioni che portano lo Stato Islamico a gioire per l’elezione di Trump. “I suoi canali di propaganda avevano invitato i musulmani a non partecipare alle elezioni. Ma ora che ha vinto Trump, Isis sta festeggiando. ‘La vittoria di Trump potrebbe essere l’inizio di una nuova frammentazione degli Stati Uniti. Dimostra anche l’attitudine razzista degli americani nei confronti dei musulmani’.

A scriverlo, su Twitter, è stato il predicatore giordano di Al Qaeda Abu Muhammad al-Maqdisi” – racconta Marta Serafini sul Corriere della Sera. Ed anche altri gruppi jihadisti hanno commentato positivamente il risultato elettorale. Un portavoce di Jabhat Fateh al- Sham (ex Al Nusra) ha affermato “La vittoria di Trump è uno schiaffo a tutti quelli che esaltano la democrazia”. Anche se si vanno a guardare i canali Telegram della propaganda di Isis si scopre come, sia prima del risultato che dopo, Trump venga dipinto tra le righe come una “buona occasione”. Sul fronte squisitamente economico, chi festeggia per l’avvento di The Donald, sono invece i petrolieri.

Tra gli obiettivi dichiarati di Trump c’è infatti quello di rendere gli Stati Uniti un Paese indipendente sul fronte energetico. E in particolare ha annunciato di voler investire nello sviluppo e nella ricerca per l’esplorazione di giacimenti di petrolio e gas, promettendo anche di annullare l’accordo sul clima di Parigi, concordato da quasi 200 Paesi tra cui gli Stati Uniti di Obama, sulle emissioni di gas delle centrali elettriche. Buone, anzi ottime notizie quindi per le imprese del settore.

Come tempi di vacche grasse si annunciano per le grandi assicurazioni. Tra le prime iniziative promesse dal neo inquilino della Casa Bianca, c’è infatti la cancellazione dell’Obamacare: la riforma voluta da Obama che garantiva l’assistenza sanitaria ad un’ampia fetta di americani senza assicurazione privata, circa la metà dei 50 milioni (50 milioni!) che ne erano sprovvisti appunto prima dello Obamacare.

Se i petrolieri festeggiano, di umore opposto le aziende delle energie rinnovabili.

“L’energia eolica è costosa e uccide con le pale i volatili. E i rimborsi per l’energia solare richiedono troppo tempo”, ha detto Trump in campagna elettorale. Non esattamente un manifesto a favore delle rinnovabili. E per questo il Financial Times non vede un futuro roseo per le aziende del settore su cui peseranno la retorica anti-rinnovabili del neo presidente e la sua ostilità verso l’accordo sul clima di Parigi. Delusi, e soprattutto preoccupati, anche gli addetti ai lavori di un settore già in crisi come quello automobilistico. E specialmente le case che non producono sul suolo statunitense. Mentre potrebbero esserci conseguenze per le imprese che producono in Messico e, indirettamente, effetti negativi potrebbero arrivare anche da un rallentamento economico indotto dalle politiche di Trump, i più preoccupati sono i produttori europei su cui peserebbe l’introduzione di nuovi e più onerosi dazi doganali. Intanto General Motors, all’indomani del voto, mercoledì 9 novembre, ha annunciato il licenziamento di 2 mila lavoratori.