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Trump: ” Se perdo rifiuto il voto”. No sistema sfocia in No democrazia

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LAS VEGAS – Trump: “Accetterò il risultato elettorale? Non lo so, vedrò al momento”. Nel terzo e ultimo confronto tv tra i due candidati alla presidenza americana, l’ anti-sistema di Donald Trump, il suo volersi presentare e considerare come altera pars e cosa diversa rispetto all’establishment e alle istituzioni, è arrivato alla sua logica conseguenza trasformandosi e traducendosi in anti-democrazia. Trump ha, con il suo dubbio e con le sue affermazioni messo in discussione l’intera storia americana e il concetto che sta alla base delle democrazie moderne, e lo ha fatto, dal suo punto di vista, in buona fede.

La buona fede di chi crede si possa, anzi si debba, rifiutare il sistema. Ma il sistema da rifiutare comprende anche la democrazia? Inevitabilmente, quasi per dna politico e sociale l’anti sistema (qui non si parla solo di Trump, ogni riferimento all’Europa e anche a casa nostra è voluto e pertinente) sfocia in anti democrazia. E’ uno sbocco per così dire naturale, una malattia adulta dell’anti sistema.

In parole povere se l’avversario elettorale, se il sistema istituzionale sono insieme solo e soltanto Casta, Poteri Forti, Complotto, Elites…se il consenso che raccolgono è inganno e la loro azione è sempre complotto…allora quando vincono le elezioni non vale. Allora anche le elezioni vanno rifiutate. Ma la democrazia è le elezioni e il patto fondante per cui chi perde riconosce la legittimità di chi vince. Altrimenti non serve votare, altrimenti, come qualcuno degli anti sistema di volta in volta volentieri si lascia scappare, le elezioni sono “imbroglio”.

Parole che Trump ha pronunciato, parole che in America, negli Stati Uniti, possono tradursi in una crepa, in una parziale delegittimazione del potere statuale e delle sue istituzioni. Ma parole che a qualche migliaio di chilometri e in contesti dove la democrazia non è altrettanto forte e radicata si traducono, e si sono tradotte in passato, in colpi di stato, rivoluzioni e massacri vari. Ma questo aspetto, probabilmente, non è alla portata dell’analisi del tycoon dal discutibile taglio di capelli.

“La campagna elettorale del candidato repubblicano Donald Trump è ufficialmente finita stanotte, al terzo dibattito con la rivale democratica Hillary Clinton – analizza su facebook Gianni Riotta – Trump, finalmente addestrato bene dal suo staff, era partito alla grande, senza sniffare, senza interrompere, con qualche battuta efficace contro la solita Hillary, preparata ma legnosa. D’improvviso, come il Dottor Jekyll e Mister Hyde, The Donald è tornato in scena e ha distrutto le residue, esili, chances di vittoria repubblicana. Prima ha insultato Hillary sibilando ‘what a nasty woman’ ‘che cattiva donna sei’, poi ha detto di non essere certo di volere accettare i risultati del voto presidenziale di novembre, temendo brogli. Ora, 240 anni di politica in America, si basano sul trapasso sereno del potere, senza violenza. Minacciare di rompere questo contratto sociale storico, la vera pietra miliare del paese, mette Trump fuori dal partito, dalla realtà, dalla logica”.

Da anti-sistema ad anti-sistema democratico il passo è breve e, di fatto, conseguenziale. Una regola che vale in America come altrove, e che i vari populismi che in Europa stanno vivendo una nuova giovinezza stanno lì a dimostrare. Una regola universale che la storia degli Stati Uniti, recente e meno recente, ha più volte dimostrato e sperimentato. Poco più di un secolo e mezzo fa alcuni stati dell’Unione misero in discussione l’autorità centrale di Washington, non riconoscendogli il suo ruolo di legislatore, e la conseguenza furono quattro anni di sanguinosa guerra civile. In anni più vicini a noi e in situazioni più vicine a quelle evocate da Trump, che da tempo parla di brogli elettorali e sostiene di temere per questo per la bontà del risultato delle urne, per quanto queste non siano state ancora aperte, alla guerra non si arrivò.

Era il 2000 quando l’allora non ancora presidente George W. Bush si ritrovò in corsa per la Casa Bianca contro il democratico Al Gore. La partita elettorale si giocò sul filo dei voti e decisivo risultò il voto della Florida, stato all’epoca guidato dal fratello di Bush. Bush divenne il 43mo presidente degli Stati Uniti grazie ai 537 voti in più rispetto a Gore. Ma passarono 36 giorni di ricorsi e controricorsi legali prima che la Corte suprema degli Stati Uniti, l’11 dicembre del 2000, con il risicato margine di 5 voti a favore e 4 contro, ordinò di bloccare il riconteggio manuale in tutte le contee della Florida assegnando la Casa Bianca al candidato repubblicano. La decisione di Gore, che non trovò sostegno in tutto il Partito democratico, di non proseguire la lotta legale, permise a Bush di aggiudicarsi la Florida con un vantaggio dello 0,00009% e diventare il quarto in tutta la storia degli Stati Uniti a essere proclamato presidente avendo ricevuto in assoluto meno voti dell’avversario.

Gore, come Bush, si rimise al verdetto della Corte Suprema non perché fosse uno sciocco o perché non gli interessasse vincere. Ma semplicemente perché sapeva che questo era ed è la democrazia. Le elezioni, rito principale di questo sistema che forse non è il migliore ma certo il meno peggio tra quelli che l’umanità è riuscita a darsi, si fanno perché chi perde riconosca la vittoria dell’altro. Se non esistesse questo principio cardine non ci sarebbe bisogno di votare ma si potrebbe benissimo scegliere il capo a suon di pugni o a seconda di chi ha l’apparato genitale più sviluppato (il famoso ‘ce l’abbiano duro’ di Bossi). Trump però, come tutti i movimenti populisti del mondo e della storia, questo principio non riconosce o volutamente ignora. Cosa che in fondo nemmeno troppo stupisce. Puntare il dito contro i famigerati ‘poteri forti’, contro un non meglio specificato ‘sistema’ è infatti l’anticamera e la premessa della messa in discussione di questo principio fondante delle democrazia. L’unico sistema che esiste (almeno nelle nostre fortunate realtà) è quello democratico, e voler essere contro il sistema e non riconoscerne le regole si traduce, qui da noi come negli Usa, nell’essere anti democratici.