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Furbetti del cartellino coperti da dirigenti con coda paglia

I furbetti del cartellino sono una piaga italiana e non solo del settore pubblico. Privato o pubblico, quando queste cose succedono la colpa è nel manico, i dirigenti, magari troppo proni davanti al potere del Sindacato, forse deboli per la loro propria coda di paglia

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Furbetti del cartellino, piaga italiana e non solo del settore pubblico. Privato o pubblico, quando queste cose succedono la colpa è nel manico, i dirigenti, magari troppo proni davanti al potere del Sindacato, forse deboli per la loro propria coda di paglia.

Salvatore Sfrecola esamina la piaga del settore pubblico in un articolo intitolato “La vicenda dei “furbetti del cartellino” e la latitanza della dirigenza. Perché l’Amministrazione italiana non si riforma dell’interno”, pubblicato anche sul suo blog, Un Sogno Italiano.

La riforma della Pubblica Amministrazione, annunciata ripetutamente dal premier e dal ministro Madia, attende di essere perfezionata. La delega, infatti, generica come tutte le deleghe in questa stagione della Repubblica, richiede i provvedimenti di attuazione, i decreti legislativi (delegati, appunto) che scendono nel dettaglio della normativa che deve essere comunque conforme ai “principi direttivi” della delega, come afferma l’articolo 76 della Costituzione. Altrimenti sono guai. Infatti il mancato rispetto dei limiti della delega è motivo di incostituzionalità della normativa delegata.

Intanto scoppia l’ennesimo caso di assenteismo, i cosiddetti “furbetti del cartellino” un’antica vergogna italiana denunciata dai filmati di Carabinieri e Guardia di Finanza che riprendono impiegati pubblici di varie amministrazioni, dello Stato e degli enti locali, che timbrano all’ingresso per altri o che, dopo aver timbrato, vanno altrove, per un secondo lavoro o per esigenze personali. Il governo interviene, prevede sanzioni più severe e immediate. Annuncia un licenziamento in 48 ore, assolutamente impossibile, occorrendo comunque la contestazione degli addebiti, anche nei confronti del dipendente colto in flagranza. Forse si potrà nell’immediato provvedere solamente alla sua sospensione, per iniziare un procedimento disciplinare da concludere in tempi brevi.

Il governo del grande comunicatore cavalca abilmente il giusto sdegno dei cittadini, anche per distrarre l’opinione pubblica dal pressing che parte della stampa sta conducendo, sulla vicenda di Banca Etruria, che vede coinvolto il padre del Ministro Maria Elena Boschi, delle tasse e delle tariffe che aumentano, mentre l’economia non dà significativi segnali di miglioramento. Comunque fa bene il Governo ad intervenire. Forse le norme previste sono confezionate un po’ approssimativamente (ne parleremo nei prossimi giorni, quando saranno conosciute nel dettaglio) e questo potrà rallentare la loro applicazione. Il Professore Luca Antonini, ordinario di Diritto costituzionale a Padova ha commentato su Face Book la performance televisiva del Ministro della pubblica amministrazione intervenuta a Piazza Pulita con queste parole: “Spiegate alla Madia la sua riforma. Non la conosce”.

Questa vicenda, tuttavia, richiede qualche riflessione su un aspetto al quale ho dedicato più di un intervento. Perché – mi sono ripetutamente chiesto – la pubblica amministrazione italiana deve essere riformata “da fuori”, anche se dal governo che, per definizione, è il vertice dell’Amministrazione, anziché trovare nel suo interno le regole da applicare e applicarle? La Corte dei conti in una memorabile relazione al Parlamento sullo stato dell’esercizio del potere disciplinare denunciò alcuni anni fa una situazione terrificante di gravissima trascuratezza. Procedimenti male impostati e quindi destinati a chiudersi senza gli effetti che ci si attendono, protratti nel tempo in modo di giungere all’archiviazione. Procedimenti mai iniziati. Anche in presenza di reati, spesso gravissimi con responsabilità accertate con sentenza passata in giudicato a fronte delle quali la sospensione è stata inflitta in misura ridicola, a volte un solo giorno. Niente licenziamenti, neppure in presenza di violenze sessuali perpetrate da docenti su loro alunni, una negazione del ruolo proprio dell’insegnante, “maestro” di cultura e di vita.

Una vergogna. Perché i dirigenti non avviano i procedimenti disciplinari o non li portano a conclusione rapidamente adottando le decisioni che il caso richiede? Varie le cause: norme di incerta interpretazione, intervento dei sindacati, troppo spesso a tutela di chi non lo merita, incapacità della politica di assumersi le proprie responsabilità anche quella di far funzionare le regole. Che dirigenti e amministratori abbiano la coda di paglia, le loro mancanze da nascondere?

Questa situazione di gravissima trascuratezza, che lede pesantemente l’immagine della pubblica amministrazione agli occhi dei cittadini deve finire e fa bene il governo ad agire. Ci saremmo attesi da tempo uno scatto di orgoglio della dirigenza pubblica, a dimostrazione che quel ruolo non è puramente figurativo, non è un’etichetta da affiggere fuori della porta dell’ufficio né da esibire sulla carta da visita, ma identifica un ruolo, funzioni e responsabilità. Non cambierà molto in Italia se i dirigenti della pubblica amministrazione non sapranno riappropriarsi del loro ruolo, quello che un tempo, nella Italia liberale, ne faceva servitori dello Stato con la “S” maiuscola, capaci di governare l’amministrazione e di farne agli occhi dei cittadini una delle eccellenze del Paese. Quella Amministrazione che ha fatto l’Italia dopo l’unificazione nazionale e che l’ha ricostruita dopo la prima e la seconda guerra mondiale. Anche oggi ci sono molte macerie negli apparati, ma non si intravede chi abbia la capacità di ricostruire e di gestire per dare all’Italia un’amministrazione degna di uno stato moderno, efficiente e, pertanto, capace di avere un ruolo positivo nello sviluppo economico e sociale. Purtroppo l’efficienza di pochi non può compensare l’inefficienza dei molti.


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