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Isis, c’è un regista della guerra contro l’ Occidente, ma…

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ROMA – Isis, siamo in guerra, ma chi è il regista? Si chiede Salvatore Sfrecola in questo articolo pubblicato anche sul suo blog, Un sogno italiano e ci conduce a “riordinare un po’ le idee, tra realtà e fantasia”.

Giornali e televisioni, con il concorso di esperti di politica estera e della sicurezza, ci presentano a giorni alterni letture diverse degli eventi che vedono l’Occidente sotto attacco terroristico. Ed indicano soluzioni alcune delle quali al limite della ragionevolezza, come quando si affidano esclusivamente ad una integrazione che si è dimostrata difficile o, più spesso, impossibile perché è l’integrando che la rifiuta in ragione della difesa della propria cultura e religione, isolandosi nel contesto sociale del paese che lo ospita, anche quando ne ha ottenuto la cittadinanza.

Si sente dire di “schegge impazzite”, di “lupi solitari”, di “organizzazioni terroristiche”, alla ricerca di spiegazioni da offrire alla gente giustamente preoccupata della sicurezza delle città, non solamente nelle stazioni, nelle metropolitane, negli aeroporti. Lo scopo dei terroristi, ci spiegano, è quello di spargere il terrore. Con quali finalità? Il terrore per il terrore? E poi chi sono gli “operatori” del terrore? Pazzi, come qualcuno li qualifica, o “agenti”, più o meno consapevoli, di un’organizzazione più ampia con proprie finalità? Una sorta di Spectre, verrebbe da dire, come quella che combatte l’agente segreto James Bond.

Sono queste le domande che dobbiamo farci, perché la tesi dello scontro di civiltà, in conseguenza della matrice islamica dei terroristi, non va trascurata ma non è certo sufficiente.

Occorre, infatti, tornare alla classica domanda che da sempre ci aiuta a comprendere un fenomeno complesso, al cui prodest, all’identificazione del movente, dell’interesse che muove le azioni terroristiche che abbiamo sotto gli occhi, non solamente in Occidente, ma anche nel Medio Oriente e nell’Africa settentrionale. In modi diversi, nell’ambito di un disegno politico generale per il mondo islamico. In Irak o in Siria per la ricerca della supremazia di una fazione sull’altra per conquistare un nuovo equilibrio dei poteri in un assetto di aree che sono state troppo sbrigativamente disegnate sulla carta geografica dopo la prima e la seconda guerra mondiale, confini tracciati con il righello, così trascurando che al di qua e al di là di quelle righe vivono popoli con tradizioni a volte inconciliabili, come nel caso dei curdi distribuiti dalla politica in tre stati. Occasione permanente di conflitto.

In altre realtà più vicine all’Occidente l’obiettivo viene perseguito colpendo l’economia, come in Egitto e in Tunisia, da Sharm El Sheikh al Museo del Bardo, dove è stata minata la stessa speranza di un riscatto sociale affidato al benessere proveniente dal turismo, fonte importante di ricchezza e di lavoro. È la ragione degli aiuti che l’Unione Europea assicura al governo di Tunisi mediante l’ampliamento delle esportazioni di prodotti agricoli verso l’Europa, da ultimo con l’olio che ha mosso le proteste dei produttori italiani.

Il fine evidente dei terroristi e di chi li manovra è quello di mettere in difficoltà quei regimi “moderati”, alleati dell’Occidente, che hanno scelto una via diversa dall’affermazione dello stato islamico, esempi pericolosi per chi intende perseguire l’obiettivo di un Islam integralista dove vige la legge della shariaattraverso un rigido controllo dell’autorità religiosa.

Sullo sfondo il “Grande Islam”, del quale ho sentito parlare da un importante esponente governativo anni addietro al Cairo con l’aggiunta, preoccupante, che fino a quando l’Islam non avesse raggiunto i suoi “confini naturali” non ci sarebbe stata pace? Quali sono i confini “naturali” dell’Islam? Quelli immaginati a Lepanto o sotto le mura di Vienna?

Se, dunque, c’è una strategia politica dietro gli attentati, coerente con lo spirito espansionistico che ha accompagnato la storia dei paesi musulmani a cominciare dagli ultimi anni della vita di Maometto, va individuata la “mente”, il “regista” che sta dietro la strategia del terrore e che muove le masse dei diseredate galvanizzate dalla fede nell’Islam.

Che ci sia una strategia ed un regista del resto è evidente a chiunque abbia un minimo di capacità di osservazione ed una qualche memoria storica. Qualcuno ricorderà i moti di Bengasi dopo le stupide vignette satiriche su Maometto (scherza coi fanti e lascia stare i santi, ho ricordato nell’occasione) pubblicate da un giornale danese. Si riunirono migliaia di persone esagitate, anche sotto il Consolato d’Italia, e furono bruciate decine di bandiere del Regno di Danimarca. Mi domandavo come fosse possibile rinvenire in terra di Libia, dall’oggi al domani, tutte quelle bandiere. Sarebbe stato difficile a Roma. Fu agevole a Bengasi.

Del regista, tuttavia, pare non darsi carico nessuno, forse per la obiettiva difficoltà di individuare un soggetto o un governo del terrore e per evitare di dover accusare qualche stato “amico”, mentre ci si dedica molto alle comparse, alla manovalanza, spesso reclutata nelle enclave musulmane delle città europee, da Parigi e Bruxelles. E si afferma la natura, per certi versi, endogena del terrorismo jihadista spesso alla ricerca delle “colpe” degli stati europei e dell’America intervenuti quasi sempre malamente in Medio Oriente ed in Libia.

Si insiste sul fatto che sono cittadini europei, spesso di seconda o terza generazione, cresciuti nelle nostre città, che in alcuni casi lavorano in uffici e aziende pubbliche, soggetti che, secondo gli standard di cui tanto si parla, dovrebbero essere pienamente integrati. Evidentemente non è così. E si cerca di guardare in direzioni diverse per non dover ammettere che l’integrazione è il più delle volte fallita o più esattamente impossibile per soggetti appartenenti a comunità permeate di forte spirito religioso che tendono a costituire una sorta di enclave nel contesto sociale del paese nel quale vivono.

Mantengono le proprie tradizioni, hanno strutture di assistenza e finanziarie autonome. Insomma non sono cittadini con diversa religione e cultura, che tuttavia partecipano della vita politica e sociale del paese condividendone storia e tradizioni. Ne rimangono estranei. Per cui è naturale che la manovalanza del terrorismo sia reclutata in questi ambienti dove i figli degli immigrati che in Europa hanno trovato quel lavoro che nelle terre d’origine non avrebbe consentito loro una vita dignitosa sono cresciuti con un sentimento di ostilità nei confronti del paese del quale hanno anche ottenuto la cittadinanza.

Confinati nelle periferie delle metropoli dell’Occidente opulento, gelosi delle proprie usanze e tradizioni, pur avendo superato la fase del disagio economico coltivano una diffusa ribellione nei confronti dell’Occidente corrotto, immorale, dove le donne non portano il velo e fanno vedere a tutti i capelli, un simbolo di femminilità che attira l’attenzione dell’uomo, dove pretendono di indossare vestiti che ne sottolineano le forme, come le europee. Usanze che rischiano di contaminare le loro donne le quali spesso “pretendono” di studiare e lavorare e magari di formare una famiglia con un cristiano, un infedele. È lì che maturano sentimenti di rivendicazione della “purezza” dei seguaci di Maometto, la ripulsa per l’Occidente il desiderio di tornare nella terra degli avi e comunque di operare per l’Islam. Accadeva tra gli esuli russi che, pur decisamente anticomunisti, si facevano spie dell’Unione Sovietica perché quella era pur sempre la Grande Madre Russia.

In questo contesto preoccupa una diffusa tendenza al ragionamento astratto, cui contribuiscono soprattutto gli “esperti” che discettano se siamo o no in guerra, come se la guerra fosse una realtà con formule tipiche, quando l’esperienza storica denuncia una varietà estrema di atti di ostilità tra stati, basti pensare alla guerra di corsa, alla quale i regni di Spagna e d’Inghilterra si affidavano per danneggiare le economie degli stati avversi o concorrenti, pur non risultando direttamente coinvolti nel conflitto, o i blocchi navali organizzati per impedire i commerci ed i rifornimenti nell’esperienza napoleonica.

Il fatto stesso che alcuni Paesi siano impegnati nel finanziare organizzazioni terroristiche dall’Isis ad Al-Quaida o nella costruzione di moschee in tutto il mondo, come l’Arabia Saudita, dimostra che l’idea del Grande Islam non è peregrina e non solo filosofica ma corrisponde ad un’idea espansionistica cui molti aderiscono volontariamente o perché soggiogati dal ricatto del terrorismo.

È difficile ritenere che, in queste condizioni, non ci sia un obiettivo politico, una strategia ed un regista.