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Job posting e spending review: perché i politici si vergognano di parlare italiano?

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Job Posting, cioè il lavoro a portata di mouse, come spiega internet, che permette ai dipendenti di candidarsi direttamente per le posizioni lavorative vacanti interne ad una amministrazione, ad una azienda. Nota Salvatore Sfrecola in questo articolo che è stato pubblicato anche sul suo blog, Un sogno italiano:

“Un sistema di selezione trasparente”, che è stato ricordato a proposito della vicenda della RAI tenuta, prima di procedere ad assunzioni esterne, a pubblicizzare tramite il suo circuito internet le cariche da occupare, in modo che coloro i quali ritengono di avere i requisiti richiesti possano farsi avanti e partecipare al bando. Un modo che permette di velocizzare i processi di selezione di nuovo personale e ai dipendenti di cogliere nuove opportunità di crescita.

Per la verità alcune amministrazioni già operano attraverso avvisi che segnalano i posti da coprire e i requisiti di professionalità richiesti. Si chiamano “interpelli”, pubblicizzati nei siti internet, modalità da estendere perché la pratica della previa indicazione dei posti da affidare non è così diffusa e non è così trasparente come dovrebbe essere, nonostante efficienza e rispetto delle persone e delle professionalità interne dovrebbe sempre consigliarla.

Perché è assurdo e ingiusto, oltre che fonte di danno e di malessere interno, andare a ricercare una personalità esterna per ricoprire un posto in un ministero, in un ente o in una azienda ove quella professionalità esista all’interno della forza lavoro. Con effetti positivi, in quanto la scelta verrebbe a premiare le capacità interne (che sarebbero così stimolate) con l’effetto di mettere in campo immediatamente chi vanta un’esperienza specifica che non ha certo un esterno anche se dotato di uncurriculum universitario e post universitario ed esperienze importanti.

Purtroppo la politica ha bisogno di sistemare i “suoi” uomini, incurante del fatto che i pubblici dipendenti e tutti coloro che operano all’interno delle pubbliche amministrazioni, sono “al servizio esclusivo della Nazione” (art. 98 Cost.) e non del partito al governo, del sindaco o asre di turno. Per cui accade che l’interpello vada deserto nel senso che nessuno dei candidati viene ritenuto idoneo, così aprendo la strada a chiamate dirette, di interni o di esterni.

In sostanza troppo speso non c‘è trasparenza, parolina magica tanto evocata in Italia quanto poco praticata come regola dell’agire nelle amministrazioni e nelle aziende pubbliche. E qui mi piace ricordare un recente intervento di Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), in occasione di un convegno alla Corte dei conti proprio sugli illeciti, quando ha ricordato la risposta che gli aveva dato il Ministro della funzione pubblica del Regno di Svezia il quale, alla domanda di come contrastassero la corruzione in quel Paese, gli aveva risposto “trasparenza totale”. Quando riusciremo in Italia a raggiungere un tale standard di comportamento?

Non posso chiudere, tuttavia, senza dire ai miei lettori che se la trasparenza è ovviamente importante e il job posting prezioso, l’ espressione inglese è fastidiosa, come, in genere, l’uso delle parole straniere diffuso oltre ogni ragionevolezza, in particolare dai politici che dovrebbero dare il buon esempio e parlare italiano. Lo ha sottolineato anche l’Accademia della Crusca nel tentativo di frenare un po’ l’anglomania italica frutto di un antico eccesso di provincialismo che per molti costituisce una esibizione stucchevole, a volte per confondere le idee, come fanno alcuni politici che ci inondano, in particolare dalla televisione, di Job act, spending review, et similia (è latino, e va bene) quasi che contratto di lavoro o revisione della spesa non siano idonei ad individuare il contenuto di leggi o di iniziative governative, che invece gli italiani capiscono benissimo.

Anglicismi troppo numerosi che rischiano di mortificare una lingua, l’italiano, straordinariamente ricca di sostantivi ed aggettivi che tutto riescono a descrivere ed a valorizzare. Senza aggiungere che un uomo pubblico dovrebbe sentire il dovere di parlare un buon italiano mentre molti indulgono nell’uso del dialetto che con gli anglicismi realizza un misto perverso fastidiosissimo. Quando dovrebbero riservare il dialetto, che ha un suo valore, una sua storia ed una sua letteratura spesso pregevolissima, ai conversari privati.

Un romano come me riconosce in Trilussa e Belli lo spirito dei quiriti, ironici e sbruffoni, quando si ricordano della propria grandiosa storia fatta di cultura politica e di straordinaria capacità di organizzare la vita civile attraverso infrastrutture ancora oggi ineguagliate, strade, acquedotti, fognature, dove si misura la civiltà di una società, un po’ meno quando trascurano o non s’indignano per un presente fatto di inefficienza, sprechi e sporcizia.