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Referendum: cambiare le regole e abolire il quorum

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ROMA – Salvatore Sfrecola ha scritto questo articolo dal titolo “Occorre cambiare le regole e abolire il quorum. Referendum tra si no e astensione”, anche sul suo blog Un Sogno Italiano:

Votare è un diritto ma anche un “dovere civico”, come dice la Costituzione all’art. 48, comma 2, esprime “la pienezza della cittadinanza”, ha scritto Michele Ainis, costituzionalista, oggi sul Corriere della Sera (“È meglio votare, niente espedienti”), rende effettiva la partecipazione del cittadino alle decisioni e alle scelte della comunità. Naturalmente si può non votare, anche se la legge per le elezioni delle Camere prevede come obbligatoria la partecipazione al voto. Se ne occupò anni addietro Mario Vinciguerra in un l’esilarante pamphlet “Il voto obbligatorio nel paese dei balocchi”, dove racconta dei suoi vani tentativi di farsi incriminare perché non aveva voluto votare. Naturalmente chi non vota non può lamentarsi di come vanno le cose. Anche se il suo voto può poco è evidente che la somma dei voti esprime una scelta importante, determina l’indirizzo politico elettorale.

Passando al referendum che ci impegna in questi giorni, quello, per semplificare, delle trivelle, è certamente lecito votare sì o no ma anche astenersi, in ragione del sistema di voto che prevede la validità della consultazione solo al raggiungimento del quorum rappresentato dalla partecipazione alla consultazione del 50% più uno degli aventi diritto al voto. Tuttavia il fatto che l’astensione abbia lo stesso effetto del no dimostra che il meccanismo è sbagliato e che la legge va cambiata eliminando il quorum. Infatti chi si oppone al quesito referendario e conta sull’assenteismo, cioè sul disinteresse delle persone magari perché, come accade sovente anche a causa della complessità dei quesiti, non percepisce l’importanza della iniziativa non va premiato perché fa leva sull’ignoranza dell’elettore. E questo non è certamente un esempio di democrazia diretta, quella che, appunto, è rappresentata da questo strumento di consultazione popolare.

Per cui sarebbe necessario mettere a confronto il sì e il no di coloro che intendono manifestare la loro opinione. Sarebbe inoltre un fatto che stimolerebbe la partecipazione dell’elettorato, con evidente crescita di una maturità politica della quale in Italia si sente forte il bisogno. Diciamo che contare sul disinteresse indotto dalla cattiva informazione è un mezzo imbroglio, considerato che già il quesito referendario è reso difficile dal sistema stesso, per cui se vuoi abrogare una norma devi segnare si, se la vuoi mantenere devi barrare il no.

I partiti, tuttavia, sembrano restii a sollecitare un approfondimento del tema ed una più compiuta informazione degli elettori. Ricorda Michele Ainis, nell’articolo già citato, che “un tempo, durante la gioventù della Repubblica, la sfida si giocava in campo aperto”. E fa l’esempio del referendum sul divorzio nel quale “le truppe” di Fanfani e di Pannella “si contarono nelle urne, non davanti alla TV; E, infatti, andò a votare l’87,7% degli elettori”.

Se Ainis ritiene necessario votare Angelo Panebianco, sullo stesso giornale, opta per il non voto (“Si può non votare, è un mio diritto”) ma riconosce che “c’è un importante risvolto pratico che riguarda il votare o l’astenersi. Sia in elezioni che in referendum privi di quorum chi si astiene abdica al proprio potere di influenzare gli esiti, lascia che la decisione sia nelle mani di altri, dei votanti”. E in queste considerazioni è la conferma della necessità di modificare la legge sul referendum ed abolire il quorum. Sarebbe certamente educativo, un importante passo avanti nel segno della democrazia che è fatta di partecipazione, non di astensione.