Blitz quotidiano
powered by aruba

Referendum: “No alla riforma meglio di niente…”

La foto di di Salvatore Sfrecola

Leggi tutti gli articoli di Salvatore Sfrecola

Referendum. Schierato per il No, Salvatore Sfrecola attacca la riforma “meglio di niente”, in questo articolo pubblicato anche sul suo blog, “Un sogno italiano”.

Impegnati a far digerire agli italiani la riforma della Costituzione che, per loro stessa ammissione, “non è, né potrebbe essere, priva di difetti e discrasie”, anche se “non ci sono scelte gravemente sbagliate … o antidemocratiche”, come si legge nel documento del SI, fra i renziani si fa strada un concetto che viene ripetuto ossessivamente sui giornali e nelle trasmissioni televisive: “Meglio questo che niente”. Con l’aggiunta che è “per iniziare”.

Evidentemente ritengono che questo sia un argomento forte. Non lo è, solo a considerare che ci troviamo di fronte alla Costituzione, la legge fondamentale dello Stato che si scrive, si corregge e si integra quando, come ha scritto Enzo Cheli, costituzionalista, quando si è in presenza di una “necessità storica in grado di imporre e giustificare agli occhi dell’opinione pubblica le ragioni del mutamento. Né tale necessità può essere surrogata dalla presenza di motivi di opportunità, sia pure forti e pressanti, legati alle vicende della politica contingente”.
Non lo ha scritto in questi giorni ma in un libro del 2000 (“La riforma mancata”, Il Mulino editore) secondo il quale “è sempre mancata una seria riflessione sui fattori strutturali che hanno condotto alla Carta del 1948; sulle ragioni del suo (prevalente) successo e del suo (parziale) insuccesso… una lacuna che ha finito per rendere inadeguati e astratti i vari disegni di ingegneria istituzionale via via proposti”. Per Cheli la strada è quella della revisione costituzionale (e non dell’Assemblea costituente), il completamento della scelta maggioritaria, l’allineamento del quadro costituzionale interno al nuovo assetto europeo.
Non è, dunque, la strada della riforma Renzi-Boschi-Verdini, nella quale i motivi esposti attengono a materie sulle quali spetta al legislatore ordinario intervenire, la giustizia, la pubblica amministrazione, il fisco, tutti nell’ottica di una politica economica che favorisca la crescita. Si è, così, scelta la strada di gettare fumo negli occhi degli italiani esasperati dall’incapacità di questo governo, come dimostra la crescita zero che persiste ad ogni rilevazione statistica nonostante ogni tentativo di ricercare nei dati qualche spiraglio di luce, quei più zero virgola che infiammano di tanto in tanto l’eloquio del Presidente del Consiglio.

Così, in assenza di una “necessità storica”, da buon emulo di Berlusconi che alcuni anni fa si era inventato per qualche ora l’ostacolo dell’articolo 41 della Costituzione allo sviluppo dell’economia, Renzi attribuisce alla Costituzione ostacoli alla sua azione di governo che, invece, dovrebbe ricercare nella insufficienza delle idee e degli strumenti messi in campo fin da quando, spavaldo, enumerava in Senato le riforme che avrebbe fatto di mese in mese, facendo sorridere i più per la evidente impreparazione al ruolo, ma preoccupando quanti, proprio da queste improvvisazioni, hanno dedotto, vedendo poi conferma nei fatti, che alla testa del Partito Democratico e del Governo si è insediato un soggetto evidentemente eterodiretto.

Propone riforme volute e disegnate da organismi economici internazionali, quelli che vorrebbero avere in tutti i Paesi un solo interlocutore malleabile al massimo.
E così si è arrivati, per bocca del Ministro delle riforme, Maria Elena Boschi, ad affermare che la riforma costituzionale cambierà l’Europa, cosa evidentemente al di fuori del possibile effetto della normativa proposta e della stessa capacità di azione del premier del quale non si ricorda una qualsiasi iniziativa meritevole di considerazione nel semestre nel quale ha ricoperto il ruolo di Presidente del Consiglio dei ministri dell’Unione Europea.