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Università non aiuta a trovare lavoro ma ci vorrebbe poco…

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ROMA – Se l’università non prepara per la professione”, scrive Salvatore Sfrecola sul suo blog “Un sogno italiano”, ci vorrebbe poco per superare il gap e aiutare i giovani a entrare nel mondo del lavoro.

Un colloquio di alcuni giorni fa con un giovane laureato in giurisprudenza in cerca di lavoro mi ha confermato una valutazione negativa del rapporto università-professione del quale sono consapevole da tempo, prima come studente, più di recente, come docente. Il giovane in cerca di lavoro, una brillante laurea, un master importante, la partecipazione ad attività didattiche, mi ha rappresentato la difficoltà di trovare un posto di lavoro in realtà privatistiche perché alla domanda, che gli viene sistematicamente rivolta sulla sua esperienza non può esibire altro che quella maturata nei corsi e nei master che ha effettuato. Poco, troppo poco in assenza di una esperienza professionale maturata presso uffici pubblici o privati.

Naturalmente formulata così, la domanda di chi conduce la selezione, compito non facile che comporta la capacità di intuire le attitudini e le potenzialità del candidato al di là del freddo linguaggio di un curriculum, non corrisponde alle aspettative reali di chi intende reclutare un venticinquenne. È evidente, infatti, che il giovane laureato non ha e non può avere una significativa esperienza lavorativa. Anche uno stage non è un vero e proprio lavoro, è meno di un apprendistato, assicura certamente una esperienza ma indubitabilmente limitata e comunque non significativa. Solamente una collocazione che prevede un impegno e delle responsabilità, sia pure circoscritte, assicurano che la formazione richiesta abbia la necessaria consistenza. Eppure non c’è dubbio che, rimanendo alla Facoltà di giurisprudenza, si rilevano gravi carenze sotto il profilo della preparazione dello studente all’impatto con il mondo del lavoro.

Le lezioni ed i seminari, che danno una preparazione teorica significativa agli studenti trascurano alcuni aspetti che sono essenziali nella formazione del giovane nel momento in cui cercherà un impiego. In primo luogo, tranne casi rarissimi, nessuno studente è chiamato ad effettuare elaborazioni scritte se si esclude la compilazione della tesi di laurea. Alla quale arriva avendo in precedenza scritto l’ultima volta al liceo quando era chiamato a svolgere temi di critica letteraria, storia della letteratura, arte, storia. Il giovane che si appresta a redigere la sua tesi di laurea non ha mai scritto su temi di diritto e quindi, pur avendo letto molto trova sicuramente gravi difficoltà nella stesura del documento, tanto da rimanere sulle prime smarrito.

Il linguaggio giuridico ha sue peculiarità che vanno affinate col tempo perché una sentenza o una memoria di costituzione non è necessariamente un orrore linguistico fatto di ripetizioni, assonanze e orribili neologismi forensi. Inoltre quello studente, nella maggior parte dei casi, non è stato educato a fare delle ricerche, a consultare le banche dati di dottrina e giurisprudenza e il più delle volte non ha neppure sfogliato una rivista giuridica della quale non conosce neppure il titolo, non ha visto, non dico letto, una sentenza né un’ordinanza e neppure un atto amministrativo, una istanza di accesso agli atti, una domanda di autorizzazione né un provvedimento adottato dall’autorità amministrativa e soggetto ad impugnazione davanti al giudice amministrativo. Nessuno avrà messo davanti a lui gli atti di una procedura concorsuale diretta alla stipula di un contratto di appalto di lavori o di fornitura di beni e servizi, l’attività più consistente delle pubbliche amministrazioni, quella che impegna una parte significativa delle risorse dei bilanci pubblici. Una materia che impegna quotidianamente i giudici civili, amministrativi e contabili e, di recente, sempre più spesso quelli penali.

Questa carenza informativa generalizzata fa sì che il giovane laureato, che non avrà certamente una preparazione pratica come quella che deriva dalla frequentazione di uno studio legale, di una segreteria giudiziaria o di un ufficio comunale o statale, sarà privo anche di quella preparazione teorica che attiene all’impatto quotidiano con la realtà delle leggi, delle sentenze degli atti dell’amministrazione. Con la conseguenza che si vedrà eccepita la mancanza di esperienza da un soggetto privato ma avrà anche una difficoltà di accedere ad uno studio legale perché, alla prima richiesta di come si fa una ricerca giurisprudenziale o di come si redige una memoria di costituzione in giudizio, probabilmente avrà non poche difficoltà.

Questa carenza dell’Università, che è antica, diviene tanto più grave nel momento in cui la ricerca di un posto di lavoro diventa sempre più difficile per un giovane in una realtà occupazionale complessa, dove i posti di lavoro sono pochi, remunerati pochissimo, più spesso quasi gratuiti e dove la richiesta di un’esperienza pregressa, che comunque è sempre difficile per un giovane appena laureato, si unisce alla richiesta di conoscenza della lingua straniera, normalmente l’inglese, non facile da maneggiare perché anche su questo la scuola italiana ha gravi carenze.

La lingua di Sua Maestà Elisabetta II, facile nella grammatica, è in realtà difficile nella pronuncia. Devo dire, ad esempio, che nella mia esperienza, nei contatti con autorità diplomatiche italiane e straniere, ho notato che è difficile trovare chi abbia la capacità di dialogare in modo fluente. Inadeguata la preparazione delle scuole medie superiori, leggermente migliore quella delle università che spesso hanno docenti di madrelingua. Comunque nel complesso chi non ha la possibilità di soggiorni prolungati sulle rive del Tamigi e dintorni è difficile possa superare un colloquio in lingua inglese che spesso avviene, in una seconda fase della selezione, anche telefonicamente, prova assai più ardua e più selettiva.

Le considerazioni che nascono dall’esperienza e che sono state stimolate dal colloquio con il giovane laureato in cerca di lavoro dimostrano che, al di là degli slogan e delle dichiarazioni di principio di autorità pubbliche la scuola in generale e specialmente l’università ha bisogno di una riflessione profonda e di un adeguamento alle esigenze di una didattica che sia anche protesa verso la pratica verso quegli elementi di preparazione che consentono di avvicinarsi con maggiore sicurezza al mondo del lavoro.

È vero che molti docenti hanno scelto la strada delle visite a Tribunali ed a Corti, ma questo non è sufficiente per sviluppare una conoscenza utile a fini professionali. Sono stati anche previsti degli stage. Ne ho promossi presso la Corte dei conti quando insegnavo Diritto amministrativo europeo alla LUMSA. Ho fatto conoscere alle persone che mi sono state assegnate biblioteca, archivi, segreterie in modo che avessero la possibilità di rendersi conto anche visivamente di come si lavora in un ufficio giudiziario tra l’altro con importanti attribuzioni di controllo su enti di diverse dimensioni e ruoli.

È qualcosa, certamente, ma non è sufficiente. È necessario che i docenti, utilizzando anche i loro collaboratori di cattedra, assistenti e ricercatori, introducano realmente con delle simulazioni di attività giudiziarie o amministrative i loro studenti sulla via della professione, facendo sì che quel che hanno imparato sui libri, dove la dottrina insegue le leggi e sentenze, diventi viva conoscenza di come si lavora attraverso la guida di persone con esperienza, considerato che nella maggior parte dei casi i ricercatori, gli assistenti, i tutor svolgono anche attività professionale nei Tribunali, nelle Corti o nelle Amministrazioni.

Si tratta di iniziative tutto sommato semplici, facili da organizzare, idonee a perseguire quello scopo che dovrebbe essere proprio dell’Università, cioè assicurare agli studenti una preparazione, scientifica e pratica, adeguata alle esigenze professionali alle quali saranno chiamati nel mondo del lavoro.

Non potrei chiudere queste riflessioni originate dal colloquio con il giovane laureato se non facessi cenno, insieme alle carenze denunciate, da me individuate già al tempo dei miei studi universitari, anche un’ulteriore accusa che egli muove al nostro sistema scolastico, quella che la cultura della quale la scuola media superiore fornisce i nostri studenti attraverso lo studio della lingua e della letteratura italiana, del latino e del greco, della filosofia, della storia e delle materie scientifiche, sia in gran parte inutile per le prospettive di lavoro. Non è vero.

Non è assolutamente vero, come insegna l’esperienza. La cultura, intesa come formazione a tutto campo attraverso l’acquisizione di conoscenze varie, soprattutto di quelle pertinenti alla nostra tradizione, in un quadro di solida formazione, costituisce la base sulla quale costruire la specializzazione universitaria. Ho, infatti, constatato nel corso degli anni come la padronanza della lingua italiana e la formazione classica siano fondamentali nello scritto come nei rapporti con le persone, collaboratori e superiori e interlocutori in genere. Costituiscono un valore aggiungo che in un colloquio diretto all’assunzione fa la differenza.

Quella base culturale è stata sempre la forza della nostra scuola. Del resto nelle scuole estere importanti la formazione di base è affidata a un percorso scolastico che ha le caratteristiche proprie della nostra formazione classica, ovunque negli istituti di maggiore rilievo.

Ricordo, al riguardo, una intervista televisiva di molti anni fa a Furio Colombo, all’epoca corrispondente de La Stampa dagli Stati Uniti dove viveva e studiava le figlia. Alla domanda dell’intervistatore sulle scuole che frequentava rispose “una scuola classica”. Ed alla domanda dell’intervistatore su cosa significasse quell’espressione nel paese della tecnologia più avanzata Colombo rispose: “Una scuola classica, studia latino e greco”.

Forse quel brillante laureato in giurisprudenza mio interlocutore non si è reso conto del patrimonio che la scuola gli ha fornito e che forse non ha saputo valorizzare nei colloqui (un po’ di umiltà è indice di intelligenza) ed, amareggiato per non aver ancora trovato lavoro, lo addebita all’impegno della scuola media superiore nell’insegnamento di Dante e di Petrarca, di Giotto e di Michelangelo. Per concludere semplicisticamente “non serve”. Altro è il problema.