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Marino assolto dal giudice, condannato dagli elettori, Minzolini aspetta la motivazione

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Marino assolto, evviva Marino! Ma chi lo dice? Se la sinistra italiana non avesse rinunciato a ogni giudizio etico e di capacità abdicando a favore della sola via giudiziaria alla politica, non assisteremmo al tripudio seguito alla assoluzione dell’ex sindaco di Roma Ignazio Marino, giustizia a parte il peggiore degli ultimi 20 anni.

Sarà interessante leggere le motivazioni della sentenza. Tra i più attenti lettori ci sarà certamente Augusto Minzolini, condannato a 2 anni e 6 mesi di carcere per comportamenti che a prima vista paiono simili: avere usato per fini personali la carta di credito della Rai (equiparata a un ente pubblico nonostante la apparenza giuridica di società privata).

Speriamo che il Gup faccia presto, così ci chiariamo le idee. La sentenza non è di poco momento, perché Marino e Minzolini rischiano di diventare due poli di un corto circuito devastante rispetto all’uso di beni pubblici.

Nell’attesa, vale la pena che i ritrovati fan di Ignazio Marino ci riflettano su con un po’ di attenzione.

Marino in primis non andava votato, ma pochi mesi dopo l’elezione, avrebbero già dovuto destituirlo non per pochi scontrini e note spese ma per solo due dei tanti errori di amministrazione della Capitale:

– la chiusura (peraltro parziale) al traffico di via dei Fori Imperiali figlia di una ideologia di una ultra sinistra ultra aristocratica che ha devastato il traffico di mezza Roma e l’economica di un paio di rioni (ciascuno delle dimensioni di un medio capoluogo di provincia);

– il disastro dei Vigili Urbani, con la plateale sfiducia dei loro quadri dirigenti, la rimozione del comandante e la sua sostituzione con un ufficiale dei carabinieri mai visto prima, scelto in base a un curriculum che il sindaco non è stato nemmeno capace di leggere per capire che non conteneva i requisiti di legge.

Tutto il resto è folclore: gli scontri con la Questura del vice sindaco Luigi Nieri, di fatto l’uomo forte della Giunta, che dichiarò finita l’era dei sindaci sceriffi e si fece beccare al telefono mentre dava consigli a una occupante abusiva, coinvolta in una vicenda giudiziaria e prometteva di intervenire presso la magistratura.

Sotto Marino, Roma è diventata un inferno: i mendicanti presidiano il centro della città, gli abusivi di ogni etnia e città taglieggiano gli automobilisti nei parcheggi già a  pagamento, i ciclisti sfrecciano indisturbati sui marciapiedi e contromano, gli artisti di strada trasformano le piazze in cacofonici teatri all’aperto, con buona pace della Siae, per non parlare del senso di impunità accresciuto nelle già ribalde schiere di scippatori e borseggiatori.

Si legge sui giornali che dentro il Pd i fan di Marino attribuiscono alle vicende giudiziarie del sindaco la responsabilità del disastro elettorale che ha portato Virginia Raggi al suo posto. Compagni, calmatevi, il Pd le elezioni le aveva perse già molto tempo prima, così come la Raggi le prossime le ha già perse dopo pochi mesi dal voto.

Anche senza l’intervento della Procura della Repubblica Marino era crollato nella stima dei Romani, anche quelli che lo avevano votato. Non dimenticatelo: era diventato per tutto il mondo quello che in inglese si dice “a figure of fun”, un personaggio comico. Non dimenticatelo.

Una dimensione del disastro Marino che pochi hanno considerato è che il quadro politico che lo ha reso possibile è stata la coalizione Pd-Sel ai tempi di Pierluigi Bersani segretario del Pd. Il premio di maggioranza a un partito anziché a una coalizione è la chiave della riforma elettorale di Renzi, per un premio di maggioranza a una coalizione anziché a un partito si battono i suoi avversari, quinta colonna di Sel dentro il Pd. L’accordo Pd-Sel che ha portato Marino alla poltrona di sindaco di Roma ha di fatto messo il governo di Roma in mano a Sel, con le devastanti conseguenze ricordate sopra.

Fatte queste considerazioni, restiamo in attesa delle motivazioni della sentenza. Per ora sappiamo che Ignazio Marino è stato assolto perché un giudice monocratico quale è un Gup, in un processo che seguiva il rito abbreviato, ha detto che per un capo di imputazione, il peculato, “perché il fatto non sussiste”, per un altro, legato alle prestazioni della sua onlus, “perché il fatto non costituisce reato”.

Oggetto del processo: 56 cene, per 12.700 euro, pagate da Marino con la carta di credito del Comune e consumate, secondo l’accusa, «con commensali di sua elezione» come «congiunti e altre persone non identificate», soprattutto «nei giorni festivi e prefestivi»; la predisposizione di certificati che attestavano compensi destinati a collaboratori fittizi o inesistenti che avrebbe procurato alla Onlus un ingiusto profitto di seimila euro.

I pm Roberto Felici e Pantaleo Polifemo avevano sollecitato tre anni, un mese e dieci giorni.

Solo la motivazione della sentenza, quando ci sarà, ci farà capire meglio e forse costituirà una pietra miliare nella definizione dei rapporti fra dipendenti e amministratori pubblici, Stato, Regioni, Comuni e tutti gli enti, Rai inclusa, assimilabili al settore pubblico. Anche il Fisco dovrebbe dire la sua.

Una azienda privata può accettare che un suo dipendente o dirigente si serva dei fondi e della carta di credito aziendali fuori orario, come della automobile aziendale. I margini di tolleranza ci sono, ci possono anche essere anche accordi specifici: è nella discrezionalità della azienda decidere.

C’è un terzo incomodo, cui qualsiasi accordo non va bene, il Fisco, che pretende la sua parte su ogni liberalità, tassa i buoni pasto, tassa l’uso fuori orario dell’auto e non guarda se il datore di lavoro è pubblico o privato.

E poi ci siamo noi, cittadini sempre meno elettori anche per casi come questo di Marino. A noi importa poco di quel che dice un giudice. Il giudice considera il caso sotto il profilo della legge, ma la legge, civile e ancor più penale, inquadra la realtà nelle sue patologie. Ma questo non basta.

Uno degli elementi che fanno dell’ Italia un Paese sempre più scadente è anche questo avere accettato l’equivalenza innocente = accettabile. Ci sono tanti altri parametri che contribuiscono a formare il giudizio sulle persone, dalla simpatia alla serietà. Per un politico ne entrano in gioco due fondamentali: la moralità e la capacità, in altre parole il rispetto di standard etici che non sono scritti in nessun codice ma che sono in noi, dentro di noi, e sono sempre quelli, da Neanderthal in giù; la realizzazione delle promesse, la “consegna” ai cittadini dei risultati.

La morale, l’ etica, sono cose impalpabili, indefinibili ma certe. In base a questi valori si deve giudicare prima, non dopo. Se un tale non mi piace, non devo aspettare un giudizio che magari mai ci sarà perché mai si sarà reso necessario. Lo stabilisco io, con i miei pregiudizi e i mei parametri ancestrali e in base a questo dò il voto. La capacità di realizzare si vede dopo e la regola dell’alternanza deriva proprio dalla necessità di premiare o punire chi ha fatto bene o male.

Se tutto si riduce a un dato di fedina penale…forse se cercate una spiegazione al non voto qui potete trovare qualche perché.