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Fiat: licenziati e a processo per un manichino. Moni Ovadia: “Barbarie”

La foto di di Stefano Corradino

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ROMA – Fiat: licenziati e a processo per un manichino. Moni Ovadia: “Barbarie”. Quali sono i limiti alla libertà di espressione? E’ giusto processare le idee e le rivendicazioni lavorative? Stefano Corradino su Articolo 21 torna sul processo ai 5 operai Fiat (poi Fca) prima licenziati e poi finiti sotto processo, con una intervista all’attore Moni Ovadia. Blitzquotidiano pubblica l’articolo integrale.

Cinque lavoratori dell’ex Fiat (poi Fca) di Pomigliano d’Arco sono stati licenziati (nel 2014) e ora sono sotto processo. Dopo il suicidio di due lavoratori e la morte sul lavoro di un terzo hanno deciso di manifestare la loro protesta mettendo in scena una ironica rappresentazione che raffigurava l’impiccagione di un manichino con la foto di Sergio Marchionne sul viso. Per il giudice, tale manifestazione avrebbe “travalicato i limiti del diritto di critica” recando “un grave pregiudizio all’onore e alla reputazione della società resistente”.

La vicenda, che interpella inequivocabilmente l’art.21 della Costituzione è stata sostanzialmente ignorata dai principali organi di informazione a parte il quotidiano “Il Manifesto” (che l’ha seguita con attenzione e il consueto e ormai raro spirito critico) e pochissimi altri.

Oggi, martedì 20 settembre sarà emessa la sentenza. Dalle 10 una manifestazione all’ingresso della Corte d’Appello del Tribunale partenopeo. Parteciperanno operai e cittadini, giornalisti (tra cui Francesca Fornario) e uomini della cultura e dello spettacolo come Ascanio Celestini.
E Moni Ovadia da subito in prima linea a fianco dei cinque operai e del loro diritto alla libertà espressione. Articolo21 lo ha intervistato.

Perché ha deciso di sposare la causa degli operai di Pomigliano?
Perché sono un essere umano e un cittadino italiano antifascista. E perché sono ebreo. Perché 4mila anni fa abbiamo siglato un patto, quello “della circoncisione” che prevedeva di impegnarci nella giustizia sociale. E senza giustizia sociale la giustizia stessa è una caricatura. Questi lavoratori sono stati colpiti in modo arrogante e prepotente per avere scelto una via estremamente pacifica. Hanno lanciato il loro grido di disperazione dopo che tre loro compagni si sono suicidati.

Questa vicenda chiama in ballo direttamente anche l’articolo21 della Costituzione.
Certamente. La loro è stata una rappresentazione ironico-drammatica e sono esterrefatto che un uomo potente come Marchionne abbia attuato una forma di rappresaglia mostrando così solo prepotenza. E questo è inaccettabile. La difesa dell’oppresso, del vessato è un principio etico senza il quale noi precipitiamo nella barbarie. C’è in ballo quindi la libertà di espressione sancita dall’art.21 ma anche l’art.1 e il 41 quando nell’affermare che l’impresa privata è libera specifica che deve essere esercitata a fini sociali.

Come se ne esce?
L’unica strada da perseguire per evitare che situazioni come queste si ripresentino è ripartire dalla scuola e dall’insegnamento della Costituzione. Una volta c’era l’educazione civica, oggi neanche più quella. Nelle scuole dell’obbligo dovrebbe essere per l’appunto obbligatorio studiare (a memoria!) i primi 50 articoli della Costituzione (e anche la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo).

Di questa vicenda ne hanno parlato e scritto in pochi (anzi solo “il Manifesto”).
E questo è ancora più sconcertante. Di fronte al licenziamento di questi lavoratori avremmo dovuto assistere ad una vera e propria insurrezione e invece niente. Perché questa è l’Italia malconcia in cui viviamo: se rubi una mela ti ficcano in galera ma se fai carta straccia della Costituzione nessuno se ne accorge.