Blitz quotidiano
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Ettore Bernabei, alfiere di una Rai (e di una tv) che non c’è più

La foto di di Vincenzo Vita

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ROMA – Ettore Bernabei è stato a lungo (dal 1961 al 1974) potentissimo direttore generale della Rai. La Rai del monopolio e del predominio della vecchia Democrazia cristiana, di rito fanfaniano. Ma non solo. È rimasto fino alla fine il simbolo stesso di un’azienda plasmata in modo indelebile proprio da lui. Un apparato complesso, diffuso sul territorio, e tuttavia segnato dallo spirito impresso dal vertice massimo: informare ” con giudizio”, divertire senza eccessi, educare sempre. Un servizio pubblico pedagogico di qualità: è stata la cifra della Rai bernabeiana.

Eppure, lo schema non era quello del “pensiero unico”. Infatti, convivevano con la linea ufficiale dirigistica e governativa trasmissioni corsare come “Tv7“, gli approfondimenti, le tribune politiche che fecero conoscere al grande pubblico Togliatti (e gli fu rimproverato), trasmissioni più sbarazzine che annusavano l’aria della rivolta giovanile sessantottina. E c’erano il teatro e i grandi sceneggiati, che portarono la letteratura nelle case degli italiani, alfabetizzati dalla famosissima trasmissione del maestra Manzi.

Inoltre, il varietà, macrogenere che ha influenzato le intere generazioni che seguirono. Insomma, è difficile sottrarsi al fascino freddo di una personalità così rilevante. Uomo duro ma capace di attenzioni e gentilezze, sorprese i presenti ad una recente commemorazione di Angelo Romano’ quando chiese scusa a Paola Pitagora. Il riferimento era una lettera di biasimo inviata all’attrice per un’intervista rilasciata dalla Lucia de “I promessi sposi” ad un settimanale, considerata un po’ troppo leggerina. Erano passati cinquant’anni.

Era uno stile, così lontano dalle volgarità di oggi, dalle urla per qualche punto di share. Ecco, il dopo Bernabei, nel frattempo transitato all’Italstat e successivamente alla produzione audiovisiva con la “Lux”. Il dopo.  Fu la riforma del 1975 a chiudere la stagione  della Rai governativa e la successiva sentenza della Corte costituzionale del 1976 chiuse pure quella del monopolio di Stato. La cultura della riforma durò diversi anni, ma l’apertura all’indirizzo parlamentare significò controllo dei partiti, piuttosto che vera rivoluzione nell’apparato. Fino al ritorno al segno del comando originario, con la (contro)riforma del Natale del 2015, che ha introdotto la figura dell’amministratore delegato. Mah. Si è Bernabei, non si fa Bernabei. La storia non si ripete, e se succede la gradazione di serietà scende. Proprio la scomparsa di una figura emblematica, serva a rimettere al lavoro i riformatori. Ora è davvero il tempo di cambiare.