Vincenzo Vita

Parliamone Sabato, non solo Rai: sessismo, razzismo e stereotipi dilagano in tv

Parliamone Sabato, non solo Rai: sessismo, razzismo e stereotipi dilagano in tv

Parliamone Sabato, non solo Rai: sessismo, razzismo e stereotipi dilagano in tv

ROMA – Questo articolo di Vincenzo Vita è apparso anche su Il Manifesto di mercoledì 22 marzo, con il titolo “Non solo Rai, il voyeurismo è dilagante”.

Sul caso incredibile di “Parliamone sabato” ha scritto con argomentazioni efficaci su “Il manifesto” Bia Sarasini. Ma la discussione non è finita, e sono previste, giustamente, anche iniziative simboliche. Tuttavia, proprio per non chiudere il caso con la punizione “esemplare” della chiusura della trasmissione condotta da Paola Perego, qualche riflessione è doverosa. Troppo comodo, se no.

In verità, quella incriminata è stata una particolare caduta negli inferi del sessismo misto al razzismo, vittime le donne dell’est. Una sorta di errore di grammatica –uno dei più gravi – come un altro con l’apostrofo, per dire – da leggere, però, nella sintassi sbrindellata di tanta parte del day time. I palinsesti della mattina e del pomeriggio, fino ai fatidici quiz che servono da traino ai telegiornali, sono infarciti di televisione voyeuristica, di p*********a del dolore, di utilizzo “normale” delle donne secondo gli stereotipi vieti dell’universo maschile.

Una donna o è un genio o un’eroina, o inesorabilmente assume le sembianze della moglie o della fidanzata subalterne o della persona libera ma dai facili costumi. Stiamo parlando delle consuete immagini che ci sono riflesse dai talk di appendice che riempiono i canali. Il discorso non riguarda solo la Rai, ovviamente. Anzi. L’intero contesto è da quel dì “berlusconizzato”: pubblico e privato hanno confuso i rispettivi ruoli, sfidandosi nella corsa al ribasso per l’indice di ascolto.

Urla, pianti a orologeria, strepiti e esibizione di anatomia femminile sono diventati dagli anni Ottanta in poi una delle cifre distintive della televisione generalista, come ha messo in luce il noto libro di Lorella Zanardo e su cui si è soffermato il recente film “Femminismo” di Paola Columba. La pubblicità, poi, è spregiudicatamente sessista e rimpiangiamo la bonomia di “Carosello”, di fronte ai messaggi spesso espliciti di molti spot. Ne scrive con competenza Annamaria Arlotta ed è augurabile che l’Istituto di autodisciplina dia qualche segno di vita.

Guai a confondere tutto questo con pericolose tentazioni censorie. Niente affatto. E’ doveroso, al contrario, alzare la soglia del dibattito, prendendo sul serio per cominciare le varie “Carte” sottoscritte dagli organismi sindacali e professionali, nonché gli stessi vecchi “Contratti di servizio. Il progressivo slittamento della soglia critica avvenuto nel tempo fa riflettere e ci interpella sugli effetti tremendi della mercificazione totale del corpo e dell’immaginario, caratteristica saliente del liberismo. Quanta sottovalutazione del disastro in corso.

Ora, mentre si discute del nuovo testo della Convenzione con la Rai, è indifferibile riacquisire i principi fondamentali della comunicazione, al di là della natura societaria delle aziende. Del resto, proprio nei giorni scorsi a Parigi il direttivo di Eurovisioni ha cominciato a discutere della qualità dei servizi pubblici, nell’era dei rinnovi delle charter e in vista della Direttiva Servizi Media Audiovisivi. La Presidente Maggioni e l’Amministratore delegato Campo Dall’Orto si sono scusati. Positivo. Ma c’è un particolare inquietante da chiarire. L’Ad-direttore generale ha affermato che la “catena di controllo” ha funzionato. Mah. La reazione contro il programma di Paola Perego è scattata due giorni dopo. Viene in mente “Quinto potere” di Sidney Lumet. Insomma tra il Grande Fratello e il nulla ci sarà una via di mezzo. Infine, la Rai organizzi uno specifico dibattito con le donne più impegnate su tali argomenti, per chiarire qualcosa ai cittadini-utenti.

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