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Rai. Il modello Bernabei in era internet non regge più e la scadenza della concessione con lo Stato impone…

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Rai. I funerali di Ettore Bernabei segnano come uno spartiacque, ormai solo simbolico e tuttavia ricco di significati, scrive Vincenzo Vita in questo articolo pubblicato anche dal Manifesto.

Guai alla nostalgia, sempre significati di errori. E  attenzione a non rimuovere certi anni bui, in  cui parlare di lotte operaie o di diritti civili (il divorzio, giusto per dire) era assai periglioso. E le famose gemelle Kessler del pur brillante varietà furono a lungo costrette in faticose calzamaglie. Però, stava avvenendo con quel potente direttore generale qualcosa di davvero rilevante.

La Rai diventava la prima industria culturale italiana ed era il motore di una ritrovata identità nazionale, a cominciare dall’alfabetizzazione primaria messa in atto dal maestro Manzi, citato da decenni come una metafora. Insomma, Bernabei fu certamente l’intelligente e rigoroso interprete della  Democrazia cristiana di Amintore Fanfani, ma reinterpretò un ruolo così di potere con stile e con l’approccio manageriale di una certa stagione italiana. Un esempio, Enrico Mattei, volto a difendere l’autonomia energetica del paese; come Bernabei fece sul versante della fabbrica di immaginario.

Di qui, la pagina fondamentale dagli sceneggiati, tratti da Alessandro Manzoni (gli indimenticabili “Promessi sposi”), ai classici americani, ai testi di Tolstoj o Dostoevskij. Del resto, lo spirito profondo di Bernabei è stato sintetizzato perfettamente da Sergio Zavoli che, pur da e con approcci diversi, si trovò a collaborare da vicino sia come vicedirettore e poi condirettore del telegiornale unico; sia come animatore del settimanale di frontiera “Tv7″, che faceva la bellezza di 12 milioni di ascolti. Ecco, Zavoli lo descrive come un vero appassionato conoscitore del mezzo televisivo. E un simile amore competente caratterizzò il lungo periodo (1961-1974) di “regno” di Bernabei, su cui si possono scrivere pagine altissime quanto infarcite di buchi neri come le censure, ai danni -per citare le vicende famose- di Dario Fo e Franca Rame o di Ugo Gregoretti o delle vertenze metalmeccaniche del ’68. In ogni caso, ci troviamo a ricordare una personalità fondamentale nella storia dei media, primo attore di una  Rai monopolio, ma nel contempo reale azienda pubblica.

Informazione e divertimento controllati non impedirono la crescita di un pluralismo ancora agli albori, interpretato da un parterre professionalmente eccelso: dal citato Zavoli, a Biagi, a Barbato, a Eco, a Milano, a Salvi, a Guglielmi, a Vattimo, a Camilleri, a Gadda, Majano, Bolchi, Sanvitale, Fabiani, Colombo. E sono solo alcuni dei nomi che vengono alla mente. Con Mina e Mike Bongiorno, in compagnia del meglio dello spettacolo. Notevole fu anche l’utilizzo delle “Tribune”, per avvicinare la società alla politica. Lì il rimprovero venne da destra: l’aver “popolarizzato” il volto di Palmiro Togliatti. Finché arrivò alla metà degli anni settanta la riforma della Rai, che spostò l’indirizzo dal Governo al Parlamento. Il direttore apparteneva ad un’altra stagione e fu spostato all’Italstat, dove rimase fino a quando non rientrò in scena con la “Lux Vide”, cui si devono film e fiction come la “Bibbia” o “Don Matteo”, in cui c’è l’impronta di un credente vero, capace nel contempo di una visione laica.
È una scomparsa che ci ammonisce sulla urgenza di capire che quel modello-intrinsecamente dirigista- richiedeva un sistema mediale semplice e aggregato. Nonché un particolare livello dei gruppi di comando. Il paragone con l’oggi suonerebbe, dunque, improprio e inopportuno. La scadenza della concessione dello Stato si avvicina: fantasia e coraggio urgono. In fondo, a ben vedere, l’essenza pedagogica di qualità che ha caratterizzato la Rai bernabeiana ci interpella anche ora, al cospetto dell’età digitale e di Internet.