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Referendum, per il “no” poco spazio in tv. Il Garante che fa?

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Quaranta giorni fa i massimi rappresentanti del Comitato per il NO al referendum costituzionale  -quello che come il noto settimanale di enigmistica vanta il maggior numero di imitazioni- Alessandro Pace e Gustavo Zagrebelsky scrissero al massimo garante della nazione. Per denunciare il profondo squilibrio sui media radiotelevisivi tra il SI’ e il NO, a netto vantaggio del primo. Tuttavia, da Sergio Mattarella finora nessuna risposta.

Peccato davvero, anche perché proprio il Presidente ha sempre avuto una particolare sensibilità verso il pluralismo nell’informazione, dimostrata con le dimissioni dal Governo nel 1990 dopo l’approvazione della legge Mammì. Quella che legittimò definitivamente l’impero berlusconiano. Insomma, il silenzio stupisce. I dati rintracciabili sul sito dell’Autorità per le garanzie nella comunicazione riguardano il periodo che va da metà aprile a metà luglio e già sottolineano l’asimmetria tra i due campi. Si può legittimamente supporre che l’ultimo periodo abbia ulteriormente peggiorato la situazione, sia sotto il profilo quantitativo sia negli aspetti discorsivi. Un esempio per tutti l’attacco smodato subito dall’associazione dei partigiani (l’Anpi), che ha giustamente denunciato una forte tendenza a dipingere faziosamente le sue posizioni. Sembra di sentire Ornella Vanoni cantare il brano scritto da Fiorenzo Carpi e Giorgio Strehler “ma mi, ma mi, ma mi, quaranta dì, quaranta nott a San Vittur a ciapaa i bott…”. Quaranta giorni di silenzio sono effettivamente un po’ troppi.

Ugualmente, si attende qualche segnale da parte dell’Agcom, che pure ha varato una delibera (327/16/Cons) che raccomanda alle emittenti pubbliche e private nazionali “un’informazione ampia e completa…al fine di contribuire alla diffusione di una approfondita conoscenza dei contenuti della legge di riforma costituzionale”. Più indietro nel tempo si rintracciano i buoni riferimenti della precedente consiliatura dell’Autorità con diversi provvedimenti del 2011, in vista della scadenza referendaria: 129/11/Csp e 152/11Csp).

Il lavoro di “sorveglianza” ha senso adesso, visto che secondo sondaggi e rilevazioni molta parte dei cittadini non conosce i contenuti del referendum, del resto spiegato da una domanda formale che rischia di indurre suggestioni irreali. Infatti,  il senato non viene per niente abolito e il risparmio ottenuto è meno di un euro per persona. Proprio a questo dovrebbe rispondere lo spirito di servizio dei media, aiutando la comunità a conoscere. Per poter deliberare: riecheggiano le parole di Luigi Einaudi sempre ricordate da Marco Pannella. Insomma, il problema è duplice: la parità di condizione dei soggetti in competizione; l’adeguata illustrazione del quesito sottoposto al voto, affinché quest’ultimo non si trasformi in un plebiscito.

La commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai ascolta il consiglio di amministrazione dell’azienda. Quale migliore occasione per indicare una strada creativa e originale di rilancio delle “tribune referendarie”, da collocare in orari di decente ascolto e da ripensare in una chiave moderna e attrattiva.

Stiamo parlando di una riscrittura vastissima della Carta costituzionale, e non di qualche ritocco occasionale. Viene rivisto il volto istituzionale dell’Italia e la società civile spesso invocata o evocata ha il diritto innanzitutto di capire. Sapere è potere, scriveva qualche classico.

P.S. Auguri, ma non basta la nuova trasmissione “Politics” (tutto è politica, povero femminismo?). Per non citare “Porta a Porta”.