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Nizza. Fanatici, Islam pretesto. Ma questa Francia alleva odio

Nizza, la carneficina ripropone il tema: fanatici del terrore assumono il profilo religioso fondamentalista come pretesto. Ma in Francia l'integrazione mancata è la questione

La foto di di Warsamé Dini Casali

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ROMA – Nizza. Fanatici, Islam pretesto. Ma questa Francia alleva l’odio. Di fronte all’orrore e alle stragi con cadenza ormai sistematica – da Charlie Hebdo a Nizza passando per il Bataclan – la Francia sta combattendo una guerra a un nemico che non sa nominare. Un fenomeno, quello terroristico, la cui matrice religiosa fondamentalista sembra occultare o perlomeno rende inservibili, ambigue e inefficaci le normali categorie per circoscrivere razionalmente le ragioni politiche e sociali che pure lo alimentano.

E’ sufficiente, oggi in Francia, la parola terrorista islamico a individuare il nemico, un nemico che, va ricordato, in mezzo mondo uccide prima di tutto i musulmani? Terrorista fanatico sembra più appropriato, qualcuno ha dimenticato quei pazzi  di Dacca in Bangladesh che una sera si sono addormentati da banali figli di papà e la mattina si son risvegliati sterminatori dei Crociati occidentali uccidendo poveri stranieri inermi?

Islam pretesto. Analisti e intellettuali sono sopraffatti dagli eventi. Per un Olivier Roy che si affanna a ricordare che la religione non è determinante ma che conta assai di più la diffusione di una radicalizzazione individuale e sociale della violenza, c’è un Gilles Keppel che si ostina a constatare una deriva generale dell’islamismo estremista.

Cioè, nel primo caso, siamo di fronte a un fenomeno globale di tipo più americano (Orlando ecc…) dove agiscono lupi solitari, spostati che si sono radicalizzati sul web sulla spinta di una adesione che prende a pretesto un islam fondamentalista che conosce solo per sentito dire e che utilizza per sfogare risentimento e frustrazione sociale.

E la Francia della ghettizzazione dei nuovi francesi che voleva essere repubblicana e non comunitaria sembra diventata un serbatoio inesauribile di improvvisati adepti del Califfo. La Francia è il Paese che produce più jihadisti in Europa. Un rapporto parlamentare afferma che nel 2015 erano già più di 1.500 i giovani legati al network islamista radicale.

E qui Gilles Keppel ci soccorre mentre descrive questo “nuovo ’68 dei figli del nulla europeo”, sulla scorta dell’esperienza dei gruppi terroristici sorti nell’opulenta Europa alla fine degli anni ’60, di matrice operaista ma con contributi solidaristici di stampo cattolico che affascinarono i sostenitori dell'”uomo nuovo”, del mondo senza classi francescanamente livellato, da Curcio in giù.

“Credo sia per il fascino del radicale e del ‘contro” che il salafismo esercita. Un po’ come il comunismo con la sua proposta di un ‘avvenire radioso’, o il movimento del ’68 quando i giovani inseguivano modelli alternativi. Si tratta del fascino di una narrativa opposta a quella prevalente nella società”. (Gilles Keeppel, da Il Sussidiario.net)

In due anni di attacchi, Isis e le diverse sigle locali che si affiliano e affluiscono aderendo al messaggio del Califfato, hanno mietuto 1300 vittime. Una internazionale del terrore che nasce, anche, dalle ceneri e dal fallimento di ogni progetto anti-capitalista o contro la globalizzazione selvaggia, delle sinistre tradizionali.

“L’immagine del terrorista di estrazione modesta, emarginato, è calzante in Europa perché da voi il fenomeno del reclutamento è strettamente legato alla mancanza di integrazione degli immigrati. Ma non è così ovunque. L’Isis attrae per il suo sfoggio di forza e potenza. Il suo richiamo non è soltanto religioso: rappresenta la promessa di emancipare il mondo musulmano dall’Occidente. Con la sua ideologia anti imperialista e anti globalizzazione non porta avanti soltanto una guerra culturale ma anti coloniale”. (Vali Nasr intervistato da Alessandro Muglia per il Corriere della Sera)

 

Una bancarotta politica che ha dirottato speranze e illusioni anti-imperialiste verso i più “cattivi”, i più forti.

E’ la suggestione affacciata anche dalla filosofa Donatella Di Cesare che denuncia il ritardo, proprio a sinistra, a capire il fenomeno della mondializzazione del terrore come risposta e vendetta al colonialismo occidentale, da cui l’imbarazzo ontologico ed esistenziale: “il nemico del mio nemico, è mio amico?”. Se ne può uscire, come si dice retoricamente, prosciugando i bacini dell’odio, creando condizioni materiali diverse dalle periferie delle città europee alle bidonville asiatiche.
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