Blitz quotidiano
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Stefano Accorsi, Diva e donna: “Bianca Vitali vista con…”

ROMA – Diva e Donna ha paparazzato Bianca Vitali, neosposa di Stefano Accorsi, mentre cena con un altro uomo. E il marito dov’è? chiede Diva e donna. Come spiega il settimanale “la Vitali ha sposato Stefano lo scorso novembre, dopo quasi tre anni d’amore. La coppia, che ha vent’anni di differenza, starebbe cercando un figlio, ma nell’attesa Bianca viene paparazzata con un altro. Il giovane cavaliere – negli scatti di Diva – tiene la mano sulla spalla della modella, ridono e scherzano in un noto ristorante milanese, poi si allontanano sulla stessa auto nella notte”.

In Veloce come il vento, Stefano Accorsi è Loris il sopravvissuto, ieri pilota oggi tossico certificato: denti marci, fisico smagrito, sguardo sperduto. Una delle prove migliori dell’attore di Radiofreccia nello stesso dialetto emiliano con cui, secoli fa, ci spiegava che “du gust is megl che uan”. Nel film di Matteo Rovere (il 4 aprile al Bifest di Bari, dal 7 in sala) Accorsi è il fratello della pilota Giulia (l’ottima Matilda De Angelis) che torna in famiglia dopo la morte del padre. Per salvare casa e azienda i fratelli devono unirsi e vincere il campionato Gran Turismo.

Loris è un personaggio estremo.
“Sapevamo di dover spingere, senza accontentarci della figurina. Abbiamo fatto incontri e letture, lavorato sul dimagrimento, capelli, denti, tatuaggi. Poi siamo stati tutti in ritiro per provare le scene clou, e guidato macchine nei circuiti di tutta Italia. Una preparazione lunga e coinvolgente”.

Com’è stato recitare nel proprio dialetto?
“Il copione all’inizio non lo prevedeva. Ma l’emiliano romagnolo è la lingua dei motori, i team sono molti. Recitare nella mia lingua ha a che fare con le mie radici, mi risveglia emozioni profonde. Poi il personaggio si è fatto strada anche sul set, l’intercalare “vacca boia” l’ho preso da qualche circuito. A Vallelunga andavo in giro come Loris e non solo la gente non mi riconosceva, ma mi stava anche alla larga. La maschera di Loris mi ha permesso di essere invisibile come attore, mi ha liberato”.

Il film è ispirato alla storia di Carlo Capone, campione di Rally degli anni Ottanta.
” Capone era un campione che aveva un futuro, ma che è stato segnato da una tragedia e si è perso nell’eroina. Il nostro film è un omaggio alla sua figura, ma la storia è diversa”.

Che pilota è lei?
“Da emiliano ho sempre amato le macchine. È stato emozionante essere affiancato da un campione di rally come Paolo Andreucci e guidare una Peugeot Turbo 16 venuta apposta da un museo. Quello dei circuiti è un mondo ad alto rischio, ma anche ad alto senso di responsabilità”.

È un film di genere immerso nella realtà italiana.
“Sì, ma dietro c’è un film su una famiglia che si ricompone. È un esperimento: i film sulle corse li fanno gli americani, i francesi, con altri budget. Noi abbiamo potuto solo grazie all’appoggio di tutti i team del campionato Gt. Nei giorni feriali giravamo le altre scene, nel weekend eravamo al circuito, per girare in pista”.

Ha avuto paura di farsi male?
“Sì. È stato un film rischioso: gli unici effetti speciali sono le macchine e chi le guida. Quando giri in modo artigianale senti il rischio e si vede nel film. Poi ci siamo fatti un po’ male. Ma ci sta”.