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Elezioni Olanda: liberali del premier Rutte primi, i populisti di Wilders non sfondano

Elezioni Olanda, il partito del premier Mark Rutte in vantaggio sul populista Wilders

Elezioni Olanda, il partito del premier Mark Rutte in vantaggio sul populista Wilders (Foto Ansa)

L’AJA – Elezioni in Olanda, il Vvd, il Partito dei liberali di destra del premier Mark Rutte, sarebbe in testa con 31 seggi, secondo il primo exit poll a chiusura delle urne. I populisti islamofobi e anti-Ue di Geert Wilders (Pvv) sono secondi con 19 seggi assieme ai democristiani (Cda) e ai liberali di sinistra D66.

L’affluenza alle elezioni olandesi è stata da record: 82%, segno che tantissimi olandesi si sono mobilitati per scongiurare il rischio di una vittoria degli xenofobi nel Paese che si considera il più tollerante d’Europa.

Pur perdendo 10 seggi rispetto alle elezioni del 2012, il Vvd di Rutte si aggiudica 31 dei 150 seggi in palio nella Camera Bassa degli Stati Generali d’Olanda (la denominazione ufficiale del Parlamento), l’unica a suffragio universale, mentre nel Senato siedono i rappresentanti delle assemblee provinciali.

Al Pvv di Wilders vanno 19 seggi (+4 rispetto al 2012): è comunque il secondo partito, sempre secondo gli exit poll, assieme ai democristiani del Cda e ai liberali di sinistra del D66, che vantano un identico bottino di seggi.

Il voto segna poi un boom dei Verdi del GroenLinks ed il crollo dei laburisti della Pvda, che si riducono ad avere 9 seggi, ben 29 in meno rispetto a cinque anni fa.

Gli elettori “ci hanno dato ancora fiducia”, hanno esultato i responsabili della campagna elettorale di Rutte. Ma anche Wilders ha voluto ringraziare i suoi: “Abbiamo guadagnato seggi, il primo obiettivo è raggiunto. E Rutte non si è sbarazzato di me”, ha twittato.

Al risultato, che dimostra che la diga europea può tenere davanti allo tsunami del populismo nato dalla Brexit, rafforzato dall’elezione di Donald Trump, sobillato da Vladimir Putin e, nella sua versione più aggressiva, interpretato da Recep Tayyip Erdogan, si è arrivati con una campagna elettorale dominata dall’agenda di Wilders.

“Comunque vada, il genio della lampada del populismo non potrà rientrare nella lanterna”, aveva infatti avvertito il platinato leader del Pvv davanti ai cameraman e ai fotografi di mezzo mondo, convocati per immortalare il suo voto alle 9 del mattino in una scuola della periferia occidentale dell’Aja. Stesso slogan lanciato da Nigel Farage dopo la Brexit.

Il cinquantatreenne di Venlo con nonna indonesiana che vuole cacciare “la feccia marocchina” dal Paese, vive sotto scorta da oltre 10 anni. Per tentare l’assalto al governo ha presentato un programma di una sola pagina. “L’Olanda è la nostra terra”, il titolo di sapore trumpiano.

Nei 12 punti: bando del Corano, chiusura delle moschee, chiusura delle frontiere, dei centri di asilo, uscita dalla Unione europea (quindi anche dall’euro), oltre a misure acchiappa-voti come la riduzione degli affitti e l’eliminazione degli eccessi della sanità pubblica.

Ma proprio il primo mese del tycoon americano alla Casa Bianca (con cui si dice condivida finanziamenti da Israele e dalla destra ebraica americana) ha apparentemente gelato la maggioranza degli olandesi.

Ad uscire con le ossa rotte nello scontro tra il centrodestra europeista e il populismo di Wilders è stato comunque il Labour, il partito socialdemocratico del primo vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans e del presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, che aveva fatto coalizione a due con Rutte nel governo uscente che ha risanato l’economia del Paese. Il risultato di queste elezioni “è un graffio sulla nostra anima”, ha commentato a caldo Sharon Dijksma, leader della campagna del partito.

Successo storico invece per il partito ecologista GroenLinks guidato dal trentenne Jesse Klaver. Accreditato di 16 seggi, avrebbe quadruplicato il suo risultato rispetto a cinque anni fa e soprattutto (con i laburisti quasi annientati e con i socialisti radicali dello Sp a 14) il partito dei Verdi sarebbe il primo partito della sinistra per la prima volta nella storia della politica orange.

A mettere il turbo alla rimonta del premier uscente, lo scontro con la Turchia nell’ultimo weekend di campagna. Rutte ha potuto vestire i panni dello statista nella ferma ma misurata reazione alle furibonde accuse di Erdogan che, dopo aver dato della ‘nazista’ alla Germania della Merkel, ha accusato l’Olanda di essere stata responsabile del massacro di Srebrenica.

Già prima che cominciasse la fase finale della campagna elettorale, tutti i partiti principali avevano ‘sterilizzato’ Wilders, escludendo di poter fare coalizioni di governo col Pvv (che invece per i primi due anni dell’ultima legislatura aveva dato ‘l’appoggio esterno’ a Rutte).

Rutte aveva definito il voto olandese i quarti di finale della partita contro il populismo, prima della semifinale in Francia e della finale in Germania. E anche se davanti a sé ha settimane se non mesi di trattative per formare una coalizione di governo, ha regalato un sorriso a molti dei suoi colleghi in tutta Europa.

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