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Jeremy Corbyn: chi è il vecchio cuore rosso che spaventa Theresa May

LONDRA – Se c’è un outsider nella politica britannica, quello è lui. Il suo nome è Jeremy Corbyn e per decenni è stato più noto nelle piazze dei militanti che non nei palazzi. Alla Camera dei Comuni, dove pure siede da 35 anni, era l’eterno backbencher: uno di quelli seduti agli ultimi banchi, la retrovia dei battitori liberi e degli indisciplinati. Ora però, a 68 anni compiuti, il “compagno Jeremy”, Jez per gli amici, ha conquistato il centro della scena. Fino a pensare di poter entrare a Downing Street e diventare premier. O almeno d’intralciare la marcia trionfale annunciata di Theresa May, conservatrice fino al midollo, agli antipodi da lui come pochi.

Alfiere del “no all’austerity”, pacifista e socialista mai pentito, Corbyn arriva all’appuntamento della vita con gli stessi sogni, gli stessi pregi e difetti, gli stessi abiti sdruciti della gioventù. Solo la barba si è fatta grigia da rossa che era. E il sorriso, amichevole da sempre, si è come addolcito: un po’ da nonno ribelle, per i molti giovani millennials che lo acclamano al grido “Jez, we can!”.

Nato a Chippenham, nel Wiltshire, figlio di un ingegnere e di una insegnante di matematica conosciutisi durante la Guerra civile spagnola, Jeremy cresce in un clima di attivismo politico destinato a segnarne tutte le scelte future. Dopo essere stato funzionario sindacale, diventa deputato nel collegio londinese di Islington a 34 anni. Le sue cause spaziano dai diritti dei lavoratori alla pace in Irlanda del Nord e in Palestina. Per il leader sudafricano Nelson Mandela, allora in cella nelle galere del regime razzista sostenuto dai governi di Margaret Thatcher, si fa pure arrestare.

Difensore del disarmo nucleare, contrario all’interventismo militare, è radicale anche nella vita privata. Vegetariano, astemio e ambientalista, si è sposato 3 volte: la seconda moglie, Claudia Bracchitta, origini italiane, gli ha dato tre figli e ha divorziato nel 1999, pare per aver voluto iscrivere uno dei ragazzi alla scuola privata. L’attuale consorte è cilena e gli ha portato in dote il micio El Gato.

La svolta nel suo destino arriva nel 2015, quando viene eletto a sorpresa leader dei laburisti, sull’onda del rifiuto dilagante nella base verso ex blairiani liberal e ‘carrieristi’ vari. L’anno dopo stravince una seconda sfida malgrado il fuoco amico di gran parte della nomenklatura interna. La bandiera del Labour rimane così nelle sue mani quando May decreta il voto anticipato, confidando anche nella debolezza di questo rivale atipico. In settimane di campagna elettorale iniziata da vittima sacrificale – nelle aspettative generali e nelle speranze di chi conta – Corbyn affronta tuttavia la partita senza risparmio, con il solito spirito anticonformista, riempiendo le piazze come non si vedeva da molto tempo. Fino a recuperare posizioni, come ammesso anche da alcuni degli osservatori ostili (quasi tutti nei media mainstream).

Il suo punto debole, si dice, resta quello di non saper convincere gli incerti. Ma fra i disillusi e gli sconfitti della globalizzazione ha fatto breccia. E così pure fra gli under 25 (al 71% con lui e appena al 15 con la May, al contrario di quanto capita con i coetanei over 65). Il suo programma è un ‘inno’ alla “giustizia sociale”, agli investimenti pubblici, al rilancio del welfare, persino a qualche nazionalizzazione. Le risorse dovrebbero venire anche da più tasse sui ricchi. E se c’é chi dubita, non manca chi sogna a occhi aperti.

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