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Juncker: “Sui migranti è scandaloso voltare le spalle all’Italia”

ROMA – “Nel modo di reagire alla crisi migratoria – dice, intervistato dalla Stampa, Jean-Claude Juncker, 62 anni, lussemburghese e a capo della Commissione Ue dal 2014 – riconosco l’Italia virtuosa e appassionata dell’”altro”. Ho detto sin dall’inizio che non possiamo lasciare Grecia e Italia sole davanti al dramma delle migrazioni. Abbiamo salvato 400 mila persone dalla morte, dico noi ma è stata soprattutto l’Italia. È un elemento che fa onore alle virtù da cui è nata l’Europa”.

Presidente, due anni fa si è presentato dicendo che questa è la Commissione dell’ultima chance. E adesso?

«Volevo un esecutivo responsabile, presente, attivo. Lo ritenevo necessario perché vedevo la sopravvivenza dell’Unione a rischio. Lo è ancora. Attraversiamo una congiuntura estremamente difficile, nel mezzo di una policrisi. Ucraina, Siria, migranti, economia. Credere però che la Commissione abbia delle risposte per tutto vorrebbe dire sovrastimare le sue capacità. Il nostro ruolo è coniugare gli sforzi nazionali con quelli comunitari».

 

In tutto questo arriva Donald Trump.

«Su molti argomenti ha detto cose che non piacciono a noi europei. Difesa, clima, commercio internazionale e potrei continuare la lista. Tutti rilevano che non bisogna prendere troppo sul serio ciò che Trump ha detto in campagna elettorale perché farà cose diverse. Non accetto questo discorso: non possiamo dire qualsiasi cosa e poi fare il contrario. È una questione di qualità della democrazia».

 

Con i populisti non succede sempre.

«Più la pressione esterna cresce, più le risposte interne diventano semplicistiche. Il mondo oggi è fatto di incertezza, di speranze deluse e quindi lascia campo aperto ai populismi di ogni tipo. Le critiche degli euroscettici vanno ascoltate, senza metterle sullo stesso piano dell’estrema destra. Osservo con inquietudine che nei partiti tradizionali, a torto, si cerca di imitare i populisti dicendo più o meno le stesse cose. Rischiano di diventare populisti, inutilmente, perché i cittadini votano l’originale».

 

Qual è la ricetta?

«Essere seri e “storici”, mettersi di traverso sulla strada dell’estrema destra, dire “no” ai fascismi perché il rifiuto dell’altro, dell’identità di chi è diverso da noi, è contrario al modello europeo».

 

Questo porta ai migranti. E all’Italia che si sente abbandonata.

«Nel modo di reagire alla crisi migratoria, riconosco l’Italia virtuosa e appassionata dell’”altro”. Ho detto sin dall’inizio che non possiamo lasciare Grecia e Italia sole davanti al dramma delle migrazioni. Abbiamo salvato 400 mila persone dalla morte, dico noi ma è stata soprattutto l’Italia. È un elemento che fa onore alle virtù da cui è nata l’Europa».

 

Non tutti lo riconoscono.

«Sapevamo che ci sarebbero state queste ondate migratorie, così avevo chiesto nel mio discorso di insediamento del 2014 una politica sulle migrazioni. All’epoca, il parlamento non ha reagito con entusiasmo, perché molti erano i deputati e gli osservatori che non vedevano la minaccia arrivare».

 

Che possiamo fare?

«Abbiamo concesso all’Italia un sostegno finanziario considerevole. Senza creare nuove poste di spesa, abbiamo messo al servizio dell’emergenza-migranti 15 miliardi. Così, andremo avanti».

 

Eppure la redistribuzione dei rifugiati è al palo.

«Vorrei che quello che abbiamo proposto nel maggio 2015 fosse realizzato, senza che si perdano slancio e fiducia. Oggi i risultati sono ridicolmente insufficienti. Poco più di 7500 persone sono state ricollocate su 160 mila previste in due anni. È una politica che tarda a realizzarsi perché alcuni Paesi non rispettano il quadro normativo europeo fissato insieme. Non lo accetterò mai, come non accetterò che un premier dica “non accoglierò nel Paese un musulmano”: sono frasi che negano l’intera storia europea. Non dimenticate che sono un cristiano democratico».

 

Di sinistra.

«Mi interessano poco le categorie. Diciamo però che non sono alla destra della democrazia cristiana, che mi piace lavorare con tutti e che guardo con preoccupazione la tendenza a buttarsi in braccio all’estrema destra. François Mitterrand, nel suo ultimo discorso all’Europarlamento, disse che il nazionalismo porta alla guerra. Aveva tragicamente ragione».

 

Che pensa della proposta di tagliare i fondi Ue a chi non accoglie?

«Non si deve minacciare gli Stati recalcitranti dicendo che bisogna tagliar loro i viveri, cioè i fondi strutturali. Vanno convinti. Se cominciamo il dibattito con una minaccia partiamo sulla strada sbagliata. Non si convince alla solidarietà se non dando il buon esempio».

 

Siete accusati di predicare la “solidarietà flessibile”.

«Questa definizione non mi appartiene. Sono per una solidarietà declinata in modo differente a seconda delle circostanze».

 

Cioè?

«Tutti devono accogliere un minimo di rifugiati. Senza eccezioni».

 

L’Italia combatte per questo. Renzi minaccia veti. Si sente un nuovo San Sebastiano?

«No, per nulla. Dopo aver ammesso il mio amore per l’Italia, devo confessare che capisco Renzi. Ci sono state incomprensioni fra Italia e Unione europea, anche se mai personali. Non avevano ragione di essere. Ho sempre affermato che l’Italia doveva essere aiutata per l’enorme sforzo nel Mediterraneo. Che le spese legate all’emergenza migranti non saranno contabilizzate per il calcolo del bilancio, come quelle per la messa in sicurezza dopo i terremoti, soprattutto per le scuole. Sono stato io a volere la flessibilità di bilancio grazie alla quale l’Italia ha potuto spendere 19 miliardi in due anni senza conseguenze nell’interpretazione del Patto di stabilità».

 

Sono fatti. Però l’Europa è molto criticata già da noi.

«Fatico ad accettare questi rilievi acerbi rivolti alla Commissione, descritta come una banda di burocrati e tecnocrati. Non sono né l’uno né l’altro. Vorrei che lo sguardo di alcuni uomini politici su di noi fosse più sereno».

 

Lo ha detto a Renzi?

«Quando discuto a quattr’occhi i problemi dell’Europa, non vedo sulle questioni essenziali grandi differenze fra me e Matteo. Siamo d’accordo. E “Viva Italia!”».

 

Non «Forza Italia»?

«No, è un’altra cosa. Per il calcio sì, per il resto no».

 

La campagna referendaria ha effetti sulla politica europea. È il primo voto di una lunga serie da qui al 2017. Che ne pensa?

«Il referendum è una questione essenziale per definire l’architettura istituzionale dell’Italia nei prossimi anni. Non voglio interferire in questo dibattito. Ma che l’Italia debba continuare un processo di riforme è una cosa ovvia. E che Renzi aggredisca i problemi dell’architettura istituzionale mi sembra una cosa buona».

 

La campagna è molto più politica che istituzionale.

«Non so se sarei utile a Renzi dicendo che vorrei che vincesse il Sì. Mi limito a dire che non vorrei vincesse il No. L’Italia è una grande nazione e Renzi ha contribuito a questo. Bisogna ammetterlo. Vorrei che il Paese ritrovasse il suo posto fra i grandi attori dell’Unione. L’Italia fa parte dell’Europa in modo essenziale. Se la perdessimo come architetto, ispiratore, artigiano dell’Europa, non sarebbe più la stessa cosa».

 

In Italia siete anche accusati di essere i profeti dell’austerità.

«Noi applichiamo i testi che sono in vigore, nel caso specifico il Two Pack. L’Italia non viola il Patto di stabilità perché risponde alle esigenze di come lo interpretiamo secondo le regole esistenti. Vedo che sono criticato in Germania perché sono troppo flessibile e in Italia non mi si applaude per questo».

 

Al contrario.

«La Commissione è un capro espiatorio, accusata di ogni cosa. Ma tutti gli Stati membri amano rivolgersi a noi quando si tratta di essere aiutati in casi particolari».

 

Martin Schulz lascia il parlamento. È vero che ha detto: «Se lui se ne va, me ne vado anche io»?

«Il mio mandato non finirà prima del novembre 2019. Non mi sento a rischio. Le relazioni tra Parlamento e Commissione non sono mai state così armoniose come durante la presidenza Schulz e la mia gestione. Io non voglio lasciare le mie funzioni perché lui se ne va, nonostante ne sia molto dispiaciuto».

 

Ma tutti i vertici europei saranno dei popolari.

«È una questione che il Ppe deve porsi. Il Ppe ha avuto un risultato di due-tre punti percentuali superiore quello del partito socialista. Si tratta dell’Europa, non di approcci partigiani. Io ho sempre difeso la stabilità dell’Europa, la stabilità dei vertici delle istituzioni europee».

 

Cosa si aspetta dal vertice per il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma?

«Vorrei che Roma fosse il momento delle grandi aspirazioni dell’Europa. La ricomposizione, non solo intellettuale, della passione che gli europei devono avere per l’Europa. È scomparsa la tenerezza tra di noi e senza l’amore non si costruisce niente di duraturo. Non esigo che gli europei si amino come ci si ama in una coppia, ma metto in guardia dalle fatiche della routine. Le coppie sanno di cosa parlo. Talvolta serve un nuovo fuoco nelle relazioni tra gli uomini e le donne. E lo stesso principio si applica ai popoli».