Politica Europa

Macron non è Hillary: vince guerra segreta contro Wikileaks. A Le Pen solo i voti Fn. E perde

Macron, la guerra segreta e vinta contro Wikileaks. Le Pen prende solo i suoi voti

Macron, la guerra segreta e vinta contro Wikileaks. Le Pen prende solo i suoi voti (foto Ansa)

PARIGI – C’è chi sotto i colpi degli hacker patisce se non proprio perisce, elettoralmente parlando, e chi invece li anticipa e li neutralizza. E diventa Presidente. Il nuovo contro il vecchio. Emmanuel Macron non è Hillary Clinton e il suo staff, durante le presidenziali francesi, è stato più bravo, veloce e preparato nel difendersi dai cyberattacchi. Lui è il nuovo presidente francese, il più giovane di sempre, mentre oltreoceano l’inquilino della Casa Bianca si chiama Donald Trump.

Le nuove strategie contro le vecchie abitudini quindi, ma anche i nuovi voti che il neopresidente francese ha conquistato tra il primo e il secondo turno. Per Macron hanno votato francesi che non l’avevano votato al primo turno. Marine Le Pen invece ha conservato i suoi di voti ma solo quelli, non ha avuto voti da chi pure non stava con Macron: astensione (25%) e scheda bianca (12 per cento dei votanti) è stata la scelta ma non Le Pen.

Poco meno di dieci anni fa, nella sua prima campagna presidenziale, quello che sarebbe stato il futuro presidente Barack Obama per primo capì, e sfruttò, le potenzialità dei social network in campagna elettorale. Meno di un’anno fa, quella che allora era la sfidante democratica di Obama, Hillary Clinton, ha visto la sua campagna fallire anche per gli attacchi hacker di cui è stata vittima. Attacchi che hanno reso pubbliche mail che dovevano rimanere private e che, seppur prive di qualsiasi illecito, hanno messo la candidata democratica seriamente in imbarazzo.

L’attacco hacker proveniva dalla Russia. E dallo stesso mittente è arrivato l’attacco che aveva come obbiettivo un altro aspirante presidente: Emmanuel Macron. Questa volta però lo staff di quello che forse non è un caso essere il più giovane presidente francese della storia della Repubblica, si è saputo difendere. Come, lo spiega Jacopo Iacoboni su La Stampa: “La vittoria elettorale di Emmanuel Macron si accompagna a un secondo successo, nella guerra segreta contro gli hacker. La Francia li stava aspettando da marzo, hacker e leaker. Come in una caccia in cui gli attaccati si spostano di lato, alle spalle degli attaccanti, e li combattono nello spazio cibernetico. Sapevano di aver ricevuto un attacco (perché l’hanno individuato per tempo): potrebbero aver marcato le mail sotto attacco, e averci inserito anche dati falsi. Mounir Mahjoubi, capo del team digitale di Macron, ha dichiarato al Daily Beast: ‘Puoi inondare le mail sotto attacco con password multiple e login veri, o anche falsi, così chi è dietro l’attacco perde tempo a capire’. Una guerriglia è certo contenuta nel botta e risposta con Wikileaks, cioè uno dei due principali amplificatori su twitter del dossier hackerato (il primo è stato Jack Posobiec, un militante pro Trump che risulta profondamente inserito, sui social, nel network ingegnerizzato della destra americana).

Quando gli strateghi di Macron hanno dichiarato ufficialmente che il materiale hackerato mescolava cose vere e falsi – un modo per smorzarne effetti e credibilità – Wikileaks ha subito twittato polemica: ‘Noi non abbiamo ancora scoperto falsi nei #Macronleaks, e siamo molto scettici che la campagna Macron sia più veloce di noi’. E se, scrive il Daily Beast, quei falsi fossero stati impiantati, come autodifesa, dalla campagna Macron? Sarebbe il primo caso in cui l’attaccato è due passi avanti agli hacker”.

Nuovi terreni, nuove armi e nuove competenze da mettere in campo nelle moderne campagne elettorali. Per vincere però bisogna saper coniugare al nuovo il vecchio, e cioè i voti. Dallo spazio cibernetico a quello a reale, a quello della cabina elettorale. E il giovane Macron è stato abilissimo ad intercettare, nelle settimane che hanno preceduto il ballottaggio,  voti di chi al primo turno non l’aveva scelto. E’ vero che la sua sfidante era ed è la campionessa dell’incapacità di attirare voti non ‘fedeli’, ma va dato comunque atto a Macron di aver coagulato su di sé un bella fetta dell’elettorato francese. Il candidato di ‘En Marche’ era stato votato al primo turno delle presidenziali da 8 milioni e mezzo (8.656.346) di francesi, risultando il primo di quattro candidati arrivati con distacchi minimi e conquistando un milione di voti in più rispetto alla seconda Le Pen (7.678.491). In due settimane Macron ha visto i suoi elettori più che raddoppiare arrivando, al ballottaggio di ieri, ad essere votato da quasi 21 milioni di francesi (20.753.700).

La Le Pen, invece, si è fermata a quota dieci milioni (10.643.870). Cosa vuol dire questo? Vuol dire che la candidata del Front National non ha saputo andare oltre i confini del suo partito e del suo elettorato. E lo riconosce lei stessa quando dice che vuole cambiare nome al partito fondato dal padre, comprendendo la necessità di superare quei limiti. Limiti che non aveva in partenza Macron, essendo il candidato di nessun partito, e che si è dimostrato abilissimo ad intercettare i voti della destra moderata, orfani di Fillon e di un candidato votabile, come quelli dei socialisti altrettanto delusi del loro candidato.

To Top