Blitz quotidiano
powered by aruba

Migranti, Austria: “Chiudere rotta Italia come Balcani”

BRUXELLES – Dopo la rotta balcanica, chiudere anche quella del Mediterraneo verso l’Italia. A chiederlo è il ministro degli Esteri di Vienna, Sebastian Kurz, in un’intervista al domenicale della Bild. In attesa del travagliato accordo con la Turchia, l’Austria vorrebbe sbarrare la strada ai profughi anche via mare, che è già ridotta ai minimi termini con lo schieramento dell’operazione navale europea. Ma col bel tempo, questo è il timore, potrebbe riprendere vigore se continuerà lo stallo libico e la lotta ai trafficanti non potrà allargarsi alle acque interne e alla costa.

“Il traffico dei migranti non si ostacola facilmente – ha spiegato Kurz – Dovremo fare tutto quello che abbiamo fatto lungo la rotta balcanica anche lungo la rotta Italia-Mediterraneo, in modo che sia chiaro che il tempo del lasciapassare verso la MittelEuropa è finito, qualsiasi sia la rotta”.

Salvo poi precisare al suo arrivo a Bruxelles per il Consiglio Affari Esteri Ue, che sulla crisi dei migranti “non si tratta di chiudere” le frontiere con l’Italia “ma di lavorare assieme”. “L’Italia ha chiesto l’aiuto europeo nel Mediterraneo fin dall’inizio. E rispetto a questo penso che abbia scelto la strada giusta. Ma è chiaro – prosegue – che le ondate di migranti verso l’Europa centrale non possono essere la soluzione per la crisi. Anche quelli che lo credevano hanno capito che è la risposta sbagliata”.

Il cancelliere austriaco, Werner Faymann, invece è tornato a martellare su Angela Merkel nel giorno in cui il voto in tre Laender ha dato alla cancelliera il polso dell’opinione pubblica tedesca. “Solo se la Germania indicherà un valore di riferimento e si limiterà a prendere i profughi direttamente dalle regioni di crisi si romperà la logica della migrazione disordinata”, ha affermato il capo del governo austriaco.

Lunedì a Bruxelles il Consiglio dei ministri degli Esteri europei affronterà la dimensione esterna della crisi dei rifugiati. Gli sviluppi in Libia saranno discussi nella colazione di lavoro con l’inviato dell’Onu, Martin Kobler, che vede crescere “giorno per giorno” l’espansione dell’Isis in Libia. Proprio ieri, domenica 13 marzo, il consiglio presidenziale libico ha proclamato l’entrata in funzione del governo di unità nazionale affidato al primo ministro Fayez Serraj, che però non ha ancora ricevuto la fiducia del parlamento di Tobruk. A Parigi i ministri degli Esteri di Usa, Francia, Italia, Germania, Regno Unito e Ue, hanno firmato una dichiarazione comune in cui hanno espresso “pieno sostegno” al governo di unità nazionale, definendolo come “l’unico legittimo”, sollecitandone l’insediamento e minacciando sanzioni contro “gli individui di entrambe le parti” che “minano il processo”.

Intanto è intenso il lavoro diplomatico sull’accordo con la Turchia che tornerà sul tavolo dei leader nel vertice di giovedì e venerdì. Fonti diplomatiche indicano che è “ancora lontana” la possibilità di un consenso a 28 sul raddoppio dei finanziamenti (dagli attuali 3 a 6 miliardi di euro) chiesto da Ankara. Ma ci sono forti resistenze anche per le contropartite politiche. Sull’accelerazione della liberalizzazione dei visti, il presidente francese Francois Hollande ha avvertito che “non può essere fatta alcuna concessione sul rispetto dei diritti dell’Uomo o sui criteri per la liberalizzazione”.

Mentre per sbloccare l’apertura dei nuovi capitoli nel negoziato di adesione della Turchia, da anni bloccata da Cipro, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk martedì volerà a Nicosia. Incontrerà il presidente Nicos Anastasiades per cercare di ammorbidire le posizioni. Un portavoce del governo cipriota ha però già avvertito che “per l’apertura di nuovi capitoli è necessario che la Turchia rispetti i suoi obblighi”. Evidentemente compreso quello di lasciare il nord dell’isola occupato da Ankara dal 1974.