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Migranti, Slovenia chiude frontiere. E la Serbia la segue

BRUXELLES – Migranti, la rotta balcanica non esiste più. La Slovenia chiude le frontiere. Lo ha annunciato il premier sloveno, Miro Cerar, commentando le conseguenze per il proprio Paese dell’esito del Consiglio europeo di lunedì notte. E la Serbia ha deciso di  seguire l’esempio e comportarsi di conseguenza.

“Il vertice ha lanciato un chiaro messaggio a tutti i trafficanti di profughi e ai migranti illegali, e ora sanno che non c’è più la rotta balcanica”, ha detto il premier sloveno.

Nei prossimi giorni la Slovenia riprenderà ad applicare le procedure di Schengen, facendo varcare le frontiere solo a chi è in regola con i documenti.

La decisione della Slovenia ha innescato il solito effetto domino, con la Serbia che ha subito fatto sapere che si comporterà di conseguenza.

“Considerando le decisioni adottate da un Paese membro dell’Unione europea, la Serbia non può consentire che il suo territorio diventi un campo profughi”, ha detto il ministero dell’interno a Belgrado in un comunicato.

I DUBBI DELL’ONU – Intanto dubbi sull’accordo di principio raggiunto a fatica nella notte di lunedì tra Turchia e Unione europea sono arrivati dall’Organizzazione delle nazioni unite, secondo cui l’intesa violerebbe il diritto internazionale.

Nel mirino dell‘Onu ci sono le disposizioni previste da Ankara per il rimpatrio di persone da un Paese all’altro. In particolare secondo Filippo Grandi, Alto commissario Onu per i rifugiati, “la bozza non fornisce garanzie di protezione”.

COSA CHIEDE LA TURCHIA – In base agli accordi di principio, la Turchia dice di volersi impegnare ad accettare il ritorno degli immigrati irregolari che hanno raggiunto le isole greche partendo dalle sue coste se l’Unione europea si farà carico dei costi di rimpatrio. I rimpatri, secondo Ankara, dovrebbero avvenire senza distinzioni tra immigrati irregolari e richiedenti asilo. Allo stesso tempo la Turchia propone un meccanismo “uno a uno”: per ogni profugo siriano riammesso entro i confini turchi l’Ue dovrà accoglierne uno in modo legale.

Allo stesso tempo Ankara ha chiesto altri tre miliardi (oltre ai tre già promessi dall’Ue entro il 2018) per “gestire la crisi”, secondo il premier Ahmet Davutoglu, e chiede di accelerare il percorso di adesione all’Unione europea, anche se non cede sulla libertà di stampa e sul caso Zaman, il quotidiano di opposizione commissariato con l’uso della polizia (e della forza) sabato 5 marzo.

Il vertice di lunedì notte ha rinsaldato la linea dura dei Paesi dell’est, compresa l’Austria, che non intendono accettare quote di ricollocamento. Il premier ungherese, Viktor Orban, ha assicurato che la rotta dei Balcani è stata chiusa. Adesso, però, resta il rischio che, chiusa quella rotta, i migranti approdino in Italia dalle coste adriatiche.