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Schengen sta per saltare, si va verso chiusura confini Ue

 

AMSTERDAM – Schengen “sta per saltare”, si va verso chiusura confini Ue. A dirlo, senza mezzi termini, è la ministra dell’interno austriaca, Johanna Mickl-Leitner. Questa è la conclusione a cui si potrebbe arrivare dopo che sei Paesi hanno chiuso le proprie frontiere, rischiando di far collassare chi le ha lasciate aperte. Intanto il trattato viene di fatto sospeso fino a settembre, visto che le proroghe sono accordate ogni sei mesi. 

 

Il nodo principale da sciogliere si chiama, oggi come ormai un anno fa, Grecia. Il premier rieletto Alexis Tsipras ha tre mesi di tempo per riprendere il controllo delle sue frontiere e registrare i profughi salpati dalle coste turche (ovviamente i fortunati che riescono ad arrivare sul territorio ellenico senza morire nella traversata). Se non lo farà la Grecia resterà tagliata fuori dall’area Euro, con il confine bloccato dall’esterno. E si rischierà una crisi umanitaria.

Così torna a suonare l’appello di Matteo Renzi e di Angela Merkel per ridistribuire tra i ventotto Paesi dell’Unione i migranti che arriveranno in Europa. Ma la stessa Germania è anche tra quei Paesi che hanno chiesto il vero, primo pericolo per Schengen: l’attivazione dell’articolo 26 del trattato del 1985, quello che prevede la possibilità per un Paese di estendere i controlli alle proprie frontiere fino a due anni, di fatto scardinando la filosofia di base del trattato stesso. E la cui attivazione è stata chiesta non solo dai sei Paesi che hanno già ripristinato i controlli alle frontiere (Austria, Germania, Svezia, Norvegia, Francia, Danimarca), ma da una larga maggioranza di Stati Ue.

L’ARTICOLO 26 DEL TRATTATO DI SCHENGEN – L’articolo venne inserito nel 2013, dopo le Primavere arabe e le frizioni tra il presidente francese Nicolas Sarkozy e l’allora premier Silvio Berlusconi quando Parigi voleva bloccare il flusso di migranti a Ventimiglia, in Liguria.

 

Rischia di essere usato per la prima volta a maggio, quando Germania e Austria saranno i primi due Paesi ad aver esaurito il tempo messo a disposizione dalle norme ordinarie, il 24 e 25, utilizzate fino ad oggi.

IL CASO GRECIA – L’ipotesi di farvi ricorso era già stata paventata a dicembre, come strumento di pressione nei confronti della Grecia, assieme ad un’altra ipotesi, quella di creare una mini-Schengen. Le minacce erano poi rientrate, quando Atene aveva accettato le forze di intervento rapido Frontex.

E adesso è sempre Atene nel mirino. I tecnici della Commissione europea hanno già effettuato uno stress test alle sue frontiere e la valutazione definitiva planerà sul tavolo del summit dei leader di febbraio.

La Grecia prova a difendersi. Il ministro alle Politiche migratorie Yoannis Mouzalas, invoca la piena attuazione delle misure europee e chiede uno stop “all’ingiusto gioco di accuse”. Carenze e ritardi, spiega, non sono sempre imputabili al suo governo, ed elenca una lunga lista di quello che a suo avviso sono “bugie e verità”: “Non è vero che non vogliamo Frontex. Vogliamo più forze di quante ne siano arrivate” sottolinea e mette in guardia rispetto alla proposta del premier sloveno Miroslav Cerar: le forze Frontex alla frontiera macedone sarebbero “un atto unilaterale e illegale, perché non è membro dell’Unione”.

Ma il Consiglio Ue ha dato un chiaro segnale alla Commissione di esplorare la possibilità nel quadro giuridico esistente per essere più flessibili e pragmatici possibile, in modo da riprendere il controllo nell’area.

Anche il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, nella sua risposta alla lettera di Cerar, appare possibilista. “Nessuno vuole buttare fuori la Grecia queste sono misure per tenerla dentro”. Il ministro dell’Interno francese Bernard Cazeneuve intanto rilancia sulla necessità di controlli ferrei alle frontiere esterne e sul patto con Berlino, dove sarà la prossima settimana. “Se vogliamo evitare che Schengen si sciolga bisogna agire molto velocemente e con mano ferma”, dice, chiedendo l’istituzione di una task force europea per lottare contro il fenomeno dei passaporti iracheni e siriani rubati.


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