Battaglia navale sulla Rai, ordine dell’Ammiraglio: “Affondare Ruffini”. Con un siluro chiamato Berlinguer. E scendere da Sky.

Nella battaglia navale in corso sulla Rai l’ordine dell’Ammiraglio è chiaro e comprensibile: affondare Paolo Ruffini direttore della terza rete. Ordine chiaro, chiaramente trasmesso a politici e manager che stanno a vario titolo intorno al tabellone della “tombola” delle nuove nomine. Ordine comprensibile: l’unica cosa della Rai che c’è che disturba l’Ammiraglio sono quelle trasmissioni di rete, Report ma non solo, che l’Ammiragliato tutto reputa “offensive” della flotta, della bandiera, della Real Casa. Quel che è meno chiaro, al punto che neanche lo scaltro D’Alema lo aveva capito, è il “siluro” già messo nel tubo di lancio per affondare l’obiettivo. Un siluro di nome Bianca Berlinguer.

La manovra navale disegnata dall’Ammiragliato prevede un aggiramento, un’azione diversiva, una finta ritirata e poi l’accerchiamento in una sacca. L’aggiramento consiste nell’offrire a una delle tante litigiose famiglie del centro sinistra una sponda, un sostegno, porti amici e rifornimenti . Insomma la logistica per ottenere ciò che una delle “famiglie” vuole: la direzione del Tg3 non ad uno o una dell’altra “famiglia”. La “famiglia” favorita e contattata dall’Ammiragliato è quella di D’Alema e dintorni, l’altra “famiglia”, contro cui contrarre alleanza con la prima, è quella di Franceschini e dintorni. Quindi si dice alla prima famiglia: se volete alla direzione del Tg3 un vostro nome, noi siamo qua. Bianca Berlinguer, ottima idea. Ratifichiamo dunque. La Berlinguer era molto “veltroniana” fino all’altro ieri? Meglio ancora, doppia vittoria sulla “famiglia” ostile. È, appunto, una finta ritirata che prelude all’accerchiamento in una sacca del vero obiettivo: la direzione della terza rete. In brutale sintesi l’offerta è: vi diamo la Berlinguer direttore (un Tg “berlingueriano” non preoccupa anzi seduce l’Ammiragliato) e… E poi puntini sospensivi ma molto eloquenti.

In un primo momento D’Alema e dintorni ci stanno: una cara amica e un bel nome alla direzione del Tg3, la “famiglia” franceschin-veltroniana sconfitta come si conviene. Poi però qualcuno guarda dentro quei puntini sospensivi, diciamo che a D’Alema fanno leggere le clausole scritte in piccolo del “contratto”. E D’Alema e dintorni finalmente leggono che si cambia al Tg3 e anche a Rete3. Ruffini appunto affondato con la contro firma di D’Alema e dintorni. Forse Barbara Palombelli al posto di Ruffini, forse. L’importante è qualcuno al suo posto. D’Alema e dintorni finalmente leggono tutto il “contratto” e si fermano con la penna già in mano per la firma. Si fermano e fanno anzi sapere che la responsabilità diretta di affondare Ruffini con il siluro Berlinguer loro non se la prendono. Si ferma dunque anche la grande e brillante manovra dell’Ammiragliato in quel mare chiuso e stretto, piccolo e tempestoso che è la Rai dell’opposizione. Nuovo rinvio delle nomine a fine luglio, forse.

Non è l’unico ordine chiaro che l’Ammiraglio ha impartito, l’altro è secco e imperativo per tutti: la Rai deve scendere da Sky, dalla sua piattaforma satellitare. Con il telecomando di Sky presto non si deve più poter vedere i canali Rai e quelli Mediaset. Non tanto per affondare Sky che è difficile farlo solo così, ma certo per aprire a Sky una bella falla sotto chiglia. Per la bisogna non servono siluri, occorrono eroici aerei kamikaze che si schiantino sotto la linea di galleggiamento di Sky. In Rai ci sono, si trovano. Scendere dalla piattaforma Sky vuol dire per la Rai buttare Raisat, rinunciare ai soldi che finanziano le reti altre dalle prime tre generaliste, lasciare un’intera gamma di prodotti in un deserto di pubblicità. Senza Sky la Rai farà, andrà sul satellite su una edificanda piattaforma insieme con Mediaset. Mediaset che i soldi li ha per finanziare programmi, Mediaset a cui colpire Sky serve perchè Mediaset ricava molto e bene dal digitale a pagamento, l’area di concorrenza con i prodotti del satellitare Sky. Digitale a pagamento che la Rai non ha. Un calcolo interno, interno alla Rai e interno anche agli uomini del centro destra in Rai, collloca il ritorno finale dell’operazione a quota 4/5 punti di share in più per Mediaset. E per la Rai? Se va bene, niente. Ma l’ordine è chiaro: scendere e da Sky la Rai scenderà. Anche perchè l’opposizione in Consiglio di Amministrazione oppone una ben tenue resistenza: la “muraglia” è fatta solo di questo mattone, se lo vuole l’Ammiraglio noi diciamo, proviamo a dire di no. Cosa debba fare la Rai con il satellite e il digitale, l’opposizione non dice, anche perchè non sa.

9 luglio 2009 | 14:22   Letto 1793 volte   


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Nomade non è una virtù, quei campi non sono un diritto

Penso che il destino abbia in sorte per l'Italia il "leghismo". Leghismo tra virgolette perché non mi riferisco solo e principalmente alla forza politica, alla Lega di Bossi. Penso piuttosto a un "leghismo" diffuso come cultura che ormai scorre nelle vene della società, quello per cui l'unico metro e valore del pensare ed agire è "farsi i fatti propri", qui, oggi, subito. Una visione della vita senza domani e senza ieri, solo presente, presente immediato. Una visione del mondo senza mondo, che tutto quello che è fuori dell'uscio di casa è pericoloso ed ostile, da trattare quindi con diffidenza ed ostilità. La Lega di Bossi c'entra ma è conseguenza e non causa, fenomeno e non soastanza. Penso che questa sia la sorte e sia una mala sorte. Sono contrario ai respingimenti in mare degli immigrati, sono retate sommarie appena velate dall'ipocrisia. Penso che i Cie, centri di identificazione ed espulsione dei clandestini siano dei lager dove la gente è incarcerata senza tempo e processo. Penso che il razzismo abbia imbevuto il paese come l'acqua fa con una spugna. Però, per quanto mi scervelli, in scienza e coscienza non riesco a dar torto a chi vuole eliminare i campi nomadi, anche se questi si chiama Maroni o Alemanno. Nomade non è una virtù, una condizione umana da preservare. Nomade non è un salvacondotto che esime dal vivere in condizioni sanitarie decenti. Nomade non è una patente che autorizza a campare un piede o anche due al di fuori della legge. Nomade non è una colpa e neanche uno stigma, men che mai una razza. Ma non è esimente o attenuante dall'essere cittadino di qualunque Stato, anche di uno Stato chiamato Unione Europea. E quei campi non sono un diritto, sono una vergogna e una tortura per chi ci vive dentro. Prima ancora che un fastidio o un pericolo per chi ci vive accanto. Eliminare quei campi è una questione di decenza civile. Eliminare quei campi, non deportare chi ci sta dentro. So si essere impopolare, ma la collettività dovrebbe farsi anche fiscalmente carico del costo dell'eliminazione di quei campi e dell'assistenza, immediata e a tempo, di chi lì dentro si accampa. Sono campi discarica di umanità e traslocarli in altra discarica è crudele e stupido. Ma tenerli lì dentro, consentire che ci restino non è carità e neanche giustizia. Assisterli a tempo, dare loro l'opportunità di restare in Italia, se vogliono e sanno starci dentro la legge. Altrimenti anche rimpatriarli, perchè no? Non riesco a condividere, anzi a capire la "subcultura" o meglio la cultura subalterna di chi vuole tenere in piedi quei ghetti di lamiera e cartone e chiama questo accoglienza. Non si tratta di lisciare il pelo al razzismo latente e neanche tanto latente. Si tratta di essere, noi e i nomadi, i rom, i rumeni, i bulgari, gli italiani, i poveri e gli agiati, cittadini. Cioè gente che ha diritti e doveri. Il diritti di vivere in decenza e salute, il dovere di farlo nel campo della legge e delle regole.

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