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Comune di Roma: 12 miliardi di debiti, ma non si sa con chi

ROMA – Il Comune di Roma sa di avere 12 miliardi di euro di debiti, ma non sa con chi. Dalla relazione di Silvia Scozzese, commissario straordinario per il piano di rientro alla commissione Bilancio della Camera, viene fuori che quasi metà dei creditori del Campidoglio – il 43% – non è ancora stata individuata.

Prima dei numeri, un allarme: “C’è il rischio di una crisi di liquidità dal 2020 – spiega la Scozzese – Un pericolo che potrebbe anche concretizzarsi prima. Già a partire da quest’anno”.

Ed ecco i numeri. Il Comune di Roma ha un debito con privati (non finanziario, commerciale) pari a 3,224 miliardi di euro e un debito finanziario di 8,768 miliardi di euro. In totale fanno 11,992 miliardi di euro. Fra i punti poco chiari della situazione contabile, l’identità di buona parte dei creditori del Campidoglio.

“Né i piani di rientro del debito di Roma Capitale finora redatti, né il documento di accertamento definitivo del debito sembrano contenere una ricognizione analitica e una rappresentazione esaustiva della situazione finanziaria da risanare antecedente al 2008. D’altronde, come anticipato, attualmente, per il 43% delle posizioni presenti nel sistema informatico del Comune di Roma, non è stato individuato direttamente il soggetto creditore“.

“Nel documento informatico relativo ai creditori della Gestione commissariale sono presenti circa 12 mila posizioni – spiega – per un valore complessivo di 3 miliardi e 224 milioni di euro. In particolare: più di 5.700 posizioni, per 257 milioni di euro, sono riferibili a creditori esterni alla PA; 1.129 posizioni, per un valore di circa 1 miliardo e 20 milioni di euro, sono riferibili a creditori PA; più di 5.100 posizioni sono riferibili a procedure non definite, per larga parte relative a procedure espropriative e a contenzioso, per un importo pari a quasi 2 miliardi di euro. Tale cifra, tuttavia, non può essere considerata definitiva e attendibile in quanto il dato, elaborato e ricevuto direttamente dagli uffici del Comune, è stato dagli stessi uffici indicato come meramente indicativo e suscettibile di variazioni”.

Il saldo tra le entrate e le uscite del debito finanziario della gestione commissariale di Roma Capitale sarà “negativo fino al 2039“. E all’orizzonte si prospetta una “crisi di liquidità dal 2020″. “Se si esclude dal computo il contributo di 880 milioni di euro atteso dal Mef – spiega Scozzese – notiamo che il saldo tra entrate e uscite si prospetta negativo fino al 2039. Chiaramente nei primi anni questo scenario di crisi verrebbe attutito dal versamento degli 880 milioni di euro, spostando le difficoltà di liquidità al 2020 e fino al 2035. Da qui in avanti il contributo erogato sarebbe in grado di coprire, anche su base annua, gli oneri del debito”.

“Già nel 2016 si potrebbe verificare una crisi di liquidità se emergessero nell’anno dei pagamenti per debiti non finanziari superiori a 539 milioni di euro – avverte Scozzese – L’anno successivo, lo spazio per questi pagamenti si ridurrebbe di 163 milioni e potrebbe tollerare un ammontare di pagamenti annui di 375 milioni di euro”.

“Dai dati emerge che lo spazio per il pagamento dei debiti non finanziari si riduce velocemente fino ad esaurirsi nel 2020 – prosegue – come si evince dall’analisi dei flussi di liquidità dei pagamenti finanziari. Ma questo orizzonte di crisi si potrebbe avvicinare se i pagamenti di debiti non finanziari si verificassero nei prossimi anni”.

“Tenendo conto anche del trend registrato nei pagamenti del debito non finanziario, si evidenzia il rischio di veder compromessa la capacità di rimuovere situazioni debitorie per non incorrere in crisi di liquidità, né appaiono percorribili soluzioni del tipo di quelle finora approntate dell’anticipazione dei contributi, operazioni che andrebbero a definire una condizione di insolvenza complessiva del debito finanziario in carico alla gestione commissariale”, conclude Scozzese.

“Il debito finanziario lo conosciamo e deve essere gestito, e sono perfettamente d’accordo che debba essere gestito meglio perché ci fa risparmiare e trovare risorse”. “Anche il debito commerciale deve essere gestito ma i mezzi sono diversi – spiega – perché ha bisogno che si aprano le pratiche e si concluda l’analisi di chi deve essere ancora pagato dal Comune di Roma in tempi certi, ma si tratta di 3,224 miliardi che, confrontati con i residui passivi, ovvero gli impegni presi e non pagati, a quei tempi di altri grandi Comuni, sono addirittura inferiori”.

“È una questione che ha bisogno di lavoro – aggiunge – ma non è una particolare preoccupazione perché questi sono numeri a cui forse non siamo abituati, però fanno parte dell’equilibrio economico-finanziario di un Comune in cui le risorse possono tranquillamente essere capienti. Il quadro necessita di lavoro e di impegno ma non di preoccupazione”.

“La gestione commissariale ha ereditato dal Comune di Roma nove contratti derivati. Si tratta di derivati di tasso, per i quali i consulenti del Comune hanno calcolato un valore mark-to-market negativo per 147 milioni di euro con dati di mercato al 28 aprile 2008″.

“Di questi contratti solo due risultano ancora aperti alla data del 30 settembre 2015 – spiega – Entrambi hanno come controparte Banca Opi e sono stati stipulati il 24 luglio 2007 ed entrambi scadono il 31 dicembre 2030. Nell’esercizio in cui vennero chiusi gli altri derivati, il 2011, il valore mark-to-market di questi due contratti era negativo per la gestione commissariale per poco meno di 19 milioni di euro. Ad una valutazione al 30 settembre 2015 il passivo è salito a 32.369.019 euro”.

Le reazioni. “Il debito di Roma oggi rappresenta il maggiore ostacolo per un’amministrazione che voglia far ripartire la città”. Così il candidato sindaco di Roma per Si- Sel Stefano Fassina intervenendo in commissione Bilancio della Camera. “Il piano di rientro è a mio avviso insostenibile per una città che voglia riavviare gli investimenti per finanziare quei servizi necessari come il trasporto o la pulizia della città – sottolinea – e quegli interventi strettamente utili a una riqualificazione, in particolare delle nostre periferie, come è tecnicamente insostenibile per un rilancio delle politiche sociali che aggrediscano i mali ormai purtroppo radicati nella città come le diseguaglianze”.

“Per quanto ci riguarda è decisiva una ristrutturazione del debito capitolino – aggiunge – condizione necessaria per poter dare credibilità agli impegni che proponiamo agli elettori”. “L’audizione – afferma Fassina – ha confermato il piano che abbiamo proposto per affrontare il nodo del debito capitolino, ovvero ristrutturare il mutuo con Cassa Depositi e Prestiti. È molto positivo – conclude – che il commissario abbia detto che non intende ‘tirare’ le risorse attivate dal quel mutuo perché questo ci consente di attivare la ristrutturazione, eliminare lo spread su quel mutuo che vuol dire riportare nel bilancio del Comune oltre 100 milioni all’anno”.

“Questo debito è stato accumulato da gestioni molto allegre in anni in cui di soldi a Roma ce n’erano un po’ di più di ora. Lo dico perché parliamo di amministrazioni che oggi vengono ricordate come discrete, quelle di Rutelli e quelle di Veltroni, e come si dice dalle mie parti a Roma, a fare bene i sindaci lasciando 20 miliardi di euro di debiti eravamo boni tutti”. Così la candidata sindaco di Roma Gi Meloni intervenendo in commissione Bilancio. “Si dice che la situazione non è drammatica, ma non mi sembra neanche entusiasmante – aggiunge – A ieri non è che avessimo le idee chiarissime sulla condizione complessiva del debito di Roma e visto che siamo in campagna elettorale e i cittadini vogliono scegliere anche sulla base di quello che i vari candidati vorranno fare in relazione al bilancio e al debito pregresso dell’amministrazione capitolina l’iniziativa di oggi è estremamente importante”.

“In questi giorni tutti parlano del debito di Roma (una voragine di circa 15 miliardi, sembra), ma tutti si guardano bene dal dire chi lo ha prodotto questo debito”. Così la candidata sindaco di Roma del M5s Virginia Raggi. “Ebbene, ve lo diciamo noi – scrive in un post su Facebook – Dati alla mano, con la seconda Giunta Rutelli (e Giachetti capo di gabinetto) il debito di Roma sale di quasi 2,5 miliardi, passando da circa 3,5 miliardi a quasi 6 miliardi di euro, fino al 2000. Poi entra Veltroni, che nei suoi anni di amministrazione (fino al 2008) produce oltre 1,2 miliardi di debito, che al 2007 raggiunge gli oltre 7 miliardi. Quindi Alemanno (sostenuto da Gi Meloni), che crea una bad company dei debiti e si auto-nomina anche commissario unico, nascondendo gran parte del debito sotto il tappeto, che alla data del 26 luglio 2010 si scopre ammontare a 8,64 miliardi di debiti non finanziari e e 7,12 miliardi di debiti finanziari“.

“Una precisa ricostruzione del giornalista Gianni Dragoni pubblicata sul Sole a ottobre 2015 ricostruì così la questione aggiunge – durante il regno di Rutelli-Giachetti il debito è aumentato di 892.937 euro al giorno, a partire dal 1993. Con Walter Veltroni questa dinamica è proseguita, anche se con un leggere rallentamento: 416.476 euro al giorno. Per poi riprendere con Gianni Alemanno: 450.160 euro giornalieri. Questi sono numeri incontrovertibili. Questi sono fatti. Com’è un fatto che Giachetti e la Meloni dopo aver lasciato un buco impressionante oggi si ricandidano a governare Roma. E lo fanno standosene seduti comodi su uno scranno in Parlamento, con stipendi di circa 15 mila euro al mese. Facile fare i romani con i soldi dei romani…”

“Il debito di Roma contratto nel periodo dell’amministrazione Veltroni era assolutamente compatibile con le dimensioni delle entrate, con gli investimenti e i servizi programmati. Oggi ha poco senso fare polemiche sulle caratteristiche di un bilancio di un’amministrazione pubblica di 10 o, addirittura, 20 anni fa, come nel caso della prima giunta Rutelli”. Così Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera lasciando Montecitorio, risponde ai cronisti.

“I meccanismi di indebitamento degli enti locali nell’ultimo decennio si sono completamente modificati, anche per via dei profondi cambiamenti ispirati dalle regole europee e dai vincoli del patto di stabilità. La stessa capacità di indebitamento – prosegue – è passata dal 25% delle entrate afferenti le entrate dei primi tre titoli della parte corrente del bilancio, a meno della metà. Far polemiche sulle dimensioni del debito contratto 10 o 20 anni fa, in un altro contesto storico, non ha alcun senso. Ha, invece, molto senso politico confrontarsi sulle modalità di gestione del debito stesso, ieri come oggi, sui servizi erogati o negati ai cittadini e sulle opere realizzate. Il confronto di oggi con il commissario Scozzese è stato molto utile e ci pone davanti ad un imperativo: fare in modo che nessuna città possa avere un costo del debito finanziario così elevato. Avere un costo del debito finanziario che va dal 4,2 al 5,6%, come nel caso di Roma Capitale è inammissibile. Deve essere questa la battaglia politica che dobbiamo affrontare insieme, governo e gruppi parlamentari, senza scadere in facili strumentalizzazioni”.

Qui, da Radio Radicale, il video dell’audizione in Commissione Bilancio sul debito di Roma. Dal minuto 1:30 al minuto 29 c’è la relazione integrale del commissario Silvia Scozzese: