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Direzione Pd, passa la linea di Renzi: “Congresso subito”

Direzione Pd, Renzi: "La minoranza non è mia nemica, scissione sul calendario è un ricatto morale" Il segretario: "Dopo il 4 dicembre le lancette della politica sono tornate indietro" di MONICA RUBINO Invia per email Stampa 13 febbraio 2017 Articoli Correlati Pd e Renzi, la roulette russa Pd e Renzi, la roulette russa Direzione Pd, Renzi indica la road map - Diretta Direzione Pd, Renzi indica la road map - Diretta 663 410 Direzione Pd, Renzi: "La minoranza non è mia nemica, scissione sul calendario è un ricatto morale" Matteo Renzi durante il suo intervento all'assemblea nazionale del Pd a Roma, il 18 dicembre 2016 (ansa) ROMA - "Dopo il 4 dicembre le lancette della politica sono tornate indietro, quasi ai tempi della Prima Repubblica: sono tornati i caminetti, ci si perde nei litigi e non si fanno proposte". Con queste parole Matteo Renzi (maglioncino alla Marchionne, alla sua destra il premier Paolo Gentiloni) apre alle 15.10 la direzione Pd convocata al centro congressi di via Alibert a Roma dopo aver intonato l'inno nazionale assieme all'assemblea. Poi, rivolto alla minoranza interna, afferma: "Basta amici e compagni, diamoci una regolata tutti insieme. Non è possibile che tutto venga messo in discussione". A chi lo accusa di non aver discusso a sufficienza la disfatta referendaria risponde: "L'analisi del voto l'abbiamo fatta: io ho pagato il pegno, mi sono dimesso. Sel'errore principale della campagna elettorale è stata la personalizzazione, ho cercato di evitare la personalizzazione almeno nel post referendum". E poi aggiunge: "Da due mesi la politica italiana è bloccata. Improvvisamente è scomparso il futuro da ogni narrazione. L'Italia si è rannicchiata nella quotidianità". Dopo un'ampia panoramica sui principali fatti accaduti nel mondo (dalla Cina cha apre al libero mercato agli Usa di Trump che si chiudono nel protezionismo fino alle regole dell'Europa da cambiare non da violare), Renzi arriva al punto e rivolto alle opposizioni dem chiarisce: "Si dice o fai il congresso prima delle elezioni o me ne vado. Mi sembra un ricatto morale e sono difficilmente incline a cedere ai ricatti. Fare il congresso come alternativa al renzismo? Troppo onore, il congresso si deve fare come alternativa al trumpismo, al lepenismo, al massimo al grillism". E poi aggiunge: "Non voglio nessuna scissione: se deve essere, sia una scissione sulle idee, senza alibi, e non sul calendario. Agli amici e compagni della minoranza voglio dire: mi dispiace se costituisco il vostro incubo, ma voi non sarete mai il nostro avversario, i nostri avversari sono fuori da questa stanza". Si accende il confronto fra renziani e minoranze interne su ladership e data del voto, con il rischio scissione che diventa sempre più concreto. Contro l'ipotesi di elezioni anticipate si è schierato anche l'ex premier Romano Prodi: "Si voti al tempo dovuto, nel 2018, con collegi uninominali". Ma il dibattito nel partito resta aperto. È una direzione allargata anche a parlamentari e segretari locali quella in cui oggi Matteo Renzi ha disegnato la road map del Pd nei prossimi mesi da condividere, subito dopo la riunione, con una lettera inviata a tutti gli iscritti. Due le priorità individuate dall'ex premier: un grande coinvolgimento della base e una leadership legittimata da un passaggio popolare. A patto che chi perde congresso o primarie rispetti l'esito del voto. L'obiettivo del segretario, che oggi probabilmente annuncerà le sue dimissioni per dare subito avvio al congresso, è quello di rilanciare il Pd come motore del cambiamento in un'Italia che sembra tornata alla Prima Repubblica e in un'Europa che non va lasciata al lepenismo e ai populismi.

ROMA – La direzione del Partito democratico ha approvato l’ordine del giorno di maggioranza per “avviare subito, con un assemblea che si svolgerà tra sabato e domenica, il congresso del partito”. Il presidente Matteo Orfini, al termine della riunione, ha deciso di mettere ai voti solo l’odg di maggioranza e considerare precluso quello presentato dalla minoranza, che aveva richieste opposte.

La mozione della minoranzachiedeva di “sostenere il governo Gentiloni fino a scadenza naturale mandato”, la “convocazione di un congresso in tempi tali da garantire il coinvolgimento della nostra comunità con una discussione larga e approfondita”, e anteporre una conferenza programmatica “alla fase finale della scelta della leadership da svolgersi fra i mesi di ottobre e novembre 2017”.

“Non capisco perche non hanno fatto votare quel testo, la conclusione complica un pò le cose rispetto al buon dibattito. Mi dispiace, è stata fatta una forzatura e a furia di forzature non vorrei ci trovassimo ancora di più in difficoltà”, ha commentato Roberto Speranza.

Il congresso del Pd si farà prima delle elezioni, ma la proposta di una scissione del partito è un “ricatto morale“. Matteo Renzi, segretario del partito, lo ha detto durante la direzione Pd convocata al centro congressi di via Alibert a Roma il 13 febbraio. L’ex premier dice che dopo il voto del referendum del 4 dicembre “le lancette della politica sono tornate indietro” e ora chiede alle fazioni del Pd di riunirsi perché “non è possibile che tutto venga messo in discussione”. Poi rivendica i suoi successi, sottolineando di aver preso un Pd che era al 25% e di averlo portato al 40.8%, lasciando intendere che sarebbe pronto a dimettersi per anticipare la data del congresso, che sarà comunque diversa da quella del voto.

Parlando delle elezioni che sembrano prossime e del lavoro del premier Paolo Gentiloni, Renzi dalla direzione Pd di Roma fa il punto della situazione dalle sue dimissioni ad oggi:

“L’analisi del voto l’abbiamo fatta: io ho pagato il pegno, mi sono dimesso. Se l’errore principale della campagna elettorale è stata la personalizzazione, ho cercato di evitare la personalizzazione almeno nel post referendum. Da due mesi la politica italiana è bloccata. Improvvisamente è scomparso il futuro da ogni narrazione. L’Italia si è rannicchiata nella quotidianità”.

Il primo punto da chiarire è il congresso e ricompattare il Pd, ormai dilaniato dalle scissioni interne. Queste le priorità per l’ex premier, che ha detto:

“Si dice o fai il congresso prima delle elezioni o me ne vado. Mi sembra un ricatto morale e sono difficilmente incline a cedere ai ricatti. Fare il congresso come alternativa al renzismo? Troppo onore, il congresso si deve fare come alternativa al trumpismo, al lepenismo, al massimo al grillism. Non voglio nessuna scissione: se deve essere, sia una scissione sulle idee, senza alibi, e non sul calendario. Agli amici e compagni della minoranza voglio dire: mi dispiace se costituisco il vostro incubo, ma voi non sarete mai il nostro avversario, i nostri avversari sono fuori da questa stanza”.

E ha aggiunto:

“Non possiamo più prendere in giro la nostra gente, potete prendere in giro me ma non la nostra gente. Nel pieno rispetto dello statuto, con le stesse regole dell’ultima volta” si faccia il congresso. “Così che non si discuta da domani sulle regole. Ma torni la politica. Io non sarò mai il custode dei caminetti, preferisco il mare aperto della sfida che la palude. Facciamo il congresso e chi perde il giorno dopo dia una mano, non scappi con il pallone, non lasci da solo chi vince le primarie, non faccia quanto avvenuto a Roma”.

 

 

Il voto e il congresso, dice, sono due concetti divisi e quindi ci saranno due date divise:

“Il voto e il congresso sono due concetti divisi e aggiungo che non sono più premier, non sono mai stato il ministro dell’Interno né sono il presidente della Repubblica. Quando si vota non lo decido io, questa visione ‘giucascaselliana’, quando lo dico io, va rimossa. Ci sono elementi positivi per votare prima e anche per votare dopo, è una discussione che fa chi ha responsabilità istituzionali. Ma sia chiaro a tutti che il congresso non si fa per decidere il giorno del voto”.

L’ex premier ha poi parlato del suo rapporto con Gentiloni, attuale primo ministro, e ha dichiarato:

“Avvertimento e mancanza di lealtà verso Gentiloni? Dalle opposizioni hanno detto: il segretario dovrà confermare stima e lealtà verso Gentiloni. Sono molto lieto di farlo. Massima stima e amicizia di tutto il Pd. Nel rapporto decennale che ci lega non è la lealtà che manca”.

Anche il tema tasse spunta nel discorso di Renzi, che parlando degli aumenti dice di essere pronto a parlare con Bruxelles:

“Il tema di non aumentare le tasse è un principio di serietà da parte nostra, discuteremo con Bruxelles per cercare gli accordi opportuni. La procedura di infrazione va evitata con tutti gli sforzi, i 3,4 mld si recuperano non aumentando le accise ma con un disegno che consenta di continuare la curva della crescita”.

Renzi ha poi lasciato intendere che sarebbe pronto a dimettersi per anticipare il congresso e ha ricordato i risultati raggiunti:

“Si chiude un ciclo alla guida del Pd. Ho preso un Pd che aveva il 25 per cento e nell’unica consultazione politica lo abbiamo portato al 40,8%”.

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