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Edoardo Mazza, il sindaco di Seregno “zerbino” del clan: quando ha visto i carabinieri è svenuto

Edoardo Mazza, il sindaco di Seregno "zerbino" del clan: quando ha visto i carabinieri è svenuto

Edoardo Mazza, il sindaco di Seregno “zerbino” del clan: quando ha visto i carabinieri è svenuto

ROMA – Edoardo Mazza, il sindaco di Seregno “zerbino” del clan: quando ha visto i carabinieri è svenuto. Avvocato, trentottenne, eletto nel 2015 con il sostegno del centrodestra con lo slogan “serietà, concretezza e passione”, sempre “online” per i cittadini, fervido osteggiatore dell’accattonaggio, fiero mentre esibiva le forbici per commentare gli stupri di Rimini. Era questo, fino a ieri, il ritratto del sindaco di Seregno (Monza) Edoardo Mazza, Forza Italia, ai domiciliari con l’accusa di corruzione, nell’ambito della maxi inchiesta della Procura di Monza e della Dda di Milano contro infiltrazioni della ‘ndrangheta nella politica e nell’imprenditoria lombarda.

Sicurezza e boria sono sparite quando i nodi sono venuti al pettine: uno “zerbino” nei confronti del boss locale dicono i magistrati, non esattamente un cuor di leone quando i carabinieri sono venuti ad arrestarlo. E’ svenuto quando li ha visti.

Intercettato al telefono con l’imprenditore di Seregno Antonino Lugarà (anche lui arrestato stamane e ritenuto dagli inquirenti vicino alle cosche) Edoardo Mazza ha detto “ogni promessa è debito”. A Lugarà, secondo gli inquirenti, aveva promesso un cambio di destinazione d’uso dell’area ‘ex Dell’Orto’ come controparte al suo sostegno per le elezioni. Di toni “che fanno cadere le braccia” ha parlato il pm di Monza Salvatore Bellomo.

“È emerso un totale asservimento del sindaco di Seregno nei confronti dell’imprenditore indagato” ha spiegato il magistrato. “L’imprenditore parla al sindaco come fosse il suo zerbino”. Gli atti del sindaco, unitamente a quelli del consigliere comunale Stefano Gatti, anche lui arrestato, secondo il pm hanno “portato l’intera amministrazione comunale a compiere atti contrari ai doveri di ufficio”, in un clima dove “dirigenti e dipendenti avevano il dovere di segnalare gli illeciti, invece si prostravano al volere del sindaco senza farsi forza dei loro poteri”.

Il sindaco si definiva un politico “moderato” sui social network. Ma commentando gli stupri di Rimini, brandendo un paio di forbici in un video, aveva dichiarato che “questo è lo strumento che molti vorrebbero utilizzare per punire gli animali che hanno compiuto questo efferato delitto”. E in altre circostanze aveva invitato la popolazione a “non aiutare gli accattoni” perché “chi ha davvero bisogno è già aiutato dal Comune”.

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