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Finanziamento ai partiti, il tesoro da centinaia di milioni che Grillo non vuole

Beppe Grillo (Foto Lapresse)

ROMA – Finanziamento ai partiti, un tesoro che vale centinaia di milioni di euro. Un tesoro formalmente abolito con un referendum del 1993, sostanzialmente ristabilito con una legge di quello stesso anno, e bersagliato da Beppe Grillo che fatto della sua abolizione tema di campagna elettorale e tema su un possibile dialogo con i partiti.

Per le sole elezioni politiche del 25 febbraio, secondo l’Ansa, ai partiti toccherebbero 159 milioni. Di questi, 42,7 spetterebbero al partito di Beppe Grillo ma il leader ha già fatto sapere che intende rinunciarci totalmente. Prima, appunto, di avviare una legge che lo elimini per tutti i partiti.

Alcuni numeri: nel 2008 furono stanziati per i partiti 503 milioni di euro, a fronte di spese di 110 milioni. Qualcosa è migliorato nel 2012: il 5 luglio scorso è stata infatti approvata una legge che prevede il taglio del 50% dei rimborsi, sulla scia delle inchieste su Fiorito alla Regione Lazio o Belsito in Lombardia, tesorieri di gruppi o partiti che secondo le accuse usavano quei soldi pubblici in maniera disinvolta. Enrico Marro, sul Corriere della Sera, ricostruisce la storia dei contributi ai partiti:

San raffaele

Calcolando tutto in euro (fino al 2001 c’era la lira), si è infatti passati, considerando solo i rimborsi per le elezioni politiche, dai 47 milioni di contributi erogati complessivamente ai partiti per le politiche del 1994 agli oltre 500 milioni previsti per le consultazioni del 2008. La spesa a carico dei contribuenti si è insomma decuplicata in 14 anni. Ma soprattutto è aumentato il divario tra il contributo e quanto effettivamente speso. Se nel 1994 a fronte dei 47 milioni incassati le spese documentate erano state di 36 milioni, nel 2008 il rapporto era di quasi cinque a uno: 503 milioni di rimborsi previsti a fronte di 110 milioni di spese. Un meccanismo illogico e indifendibile. Che gli stessi partiti, senza vergogna, hanno perfezionato negli anni. E così nel 1999 con la legge 157 il contributo viene sganciato dalle spese sostenute e ritorna a tutti gli effetti un finanziamento alimentato da un fondo per le politiche di quasi 200 milioni di euro per la legislatura.

Ma non passano neppure tre anni e nel 2002 l’ingordigia dei partiti si sfoga nella legge 156 che più che raddoppia il fondo, portandolo a 469 milioni, e nell’abbassamento dal 4% all’1% della soglia di voti da prendere alle elezioni per accedere al bottino. Il risultato sarà un altro dei tanti intollerabili paradossi di questa storia: che anche i partiti che non entrano alla Camera perché non superano la soglia di sbarramento del 4% prevista dalla legge elettorale, accedono ugualmente ai rimborsi purché abbiano preso almeno l’1%. Ma la ciliegina finale arriverà nel 2006 quando con la legge 51 si stabilirà addirittura che i soldi sono dovuti per l’intero ammontare previsto dal fondo anche se la legislatura finisce anticipatamente. Prima invece le rate annuali si interrompevano in caso di elezioni anticipate. Succede così che, dal 2008, a causa della brusca fine della quindicesima legislatura (governo Prodi), i partiti mentre cominciano a prendere le rate del rimborso delle politiche di quell’anno continuino a riscuotere anche le rate della legislatura precedente che doveva finire tre anni dopo. Doppio rimborso, insomma. Un’enormità davanti alla quale gli stessi partiti si rendono conto che conviene tornare indietro e la norma infatti viene presto cancellata.

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