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Ignazio Marino, rischia 2 processi: “56 cene a 12mila euro”

ROMA – Doppia batosta giudiziaria per l’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino. Un martedì nero in cui gli vengono notificati della Procura di Roma gli atti di chiusura inchiesta per due vicende che, di fatto, lo portarono alle dimissioni da primo cittadino della Capitale. Per la questione ‘scontrini’ e per la gestione della onlus ‘Imagine’ Marino rischia ora di finire sotto processo. Un’accelerazione che rischia di travolgere l’ex sindaco e mandare a monte la sua ventilata ipotesi di correre nuovamente per le elezioni comunali a Roma del giugno prossimo.

E potrebbe anche compromettere la creazione di una lista civica col suo nome. Ma lui intanto spiega di essersi “sempre mosso nel pieno rispetto della legalità”, e rilancia: “E’ per questo che continuerò ad impegnarmi per Roma”. A sancire il suo addio al Campidoglio fu, il 30 ottobre scorso, lo scandalo delle spese effettuate con la carta di credito del Comune di Roma per cene in ristoranti a Roma e in altre città d’Italia. Il Procuratore Giuseppe Pignatone, l’aggiunto Francesco Caporale ed il sostituto Roberto Felici contestano a Marino il peculato e il falso per essersi, nel periodo 2013-2015, appropriato “ripetutamente – si legge nel capo di imputazione – della dotazione finanziaria dell’ente” utilizzando la carta di credito a lui concessa in dotazione dal Campidoglio per “acquistare servizi di ristorazione nell’interesse suo, dei suoi congiunti e di altre persone non identificate”. In totale è di circa 13 mila euro la spesa effettuata, tra il 2013 e il 2015, da Marino con la carta di credito intestata al Comune per 56 cene, a cui partecipavano anche suoi amici.

Cene, si legge negli atti della Procura, “consumate presso ristoranti della capitale e anche di altre città (Genova, Firenze, Torino) ove si era recato, generalmente nei giorni festivi e prefestivi, con commensali di sua elezione, comunque al di fuori della funzione di rappresentanza dell’ente, e cagionava in tal modo un ammanco finale di 12.716 euro”. Nell’atto di chiusura inchiesta, che di norma precede la richiesta di rinvio a giudizio, i magistrati scrivono, inoltre, che Marino “al fine di occultare il reato?impartiva disposizioni al personale addetto alla sua segreteria affinché formasse le dichiarazioni giustificative delle spese sostenute inserendovi indicazioni non veridiche, tese ad accreditare la presunta natura istituzionale dell’evento ed apponendo in calce” la sua firma.

In questo modo, secondo i magistrati, ripetutamente soggetti non individuati addetti alla segreteria a redigere atti pubblici attestanti fatti non veri e recanti la sua sottoscrizione apocrifa”. Quando il caso ‘scontrini’ deflagrò Marino decise di restituire alla casse comunali circa ventimila euro. Nella vicenda della Onlus, creata nel 2005 e che aveva come obiettivo quello di fornire aiuti sanitari in Sudamerica e Africa, Marino è indagato assieme ad altre tre persone, Rosa Garofalo, Carlo Pignatelli e Federico Serra, per aver predisposto, tra il 2012 ed il 2014, la certificazione di compensi riferiti a prestazioni fornite da collaboratori fittizi o soggetti inesistenti. In questo modo, secondo l’accusa, l’Inps avrebbe subito una truffa di circa seimila euro. In questo modo gli indagati hanno “indotto – è detto nell’atto di chiusura inchiesta – in errore l’amministrazione finanziaria e l’Inps procurando alla Onlus un ingiusto profitto consistito (circa sei mila euro complessivi ndr) nell’omesso versamento degli oneri contributivi dovuti per le prestazioni lavorative in realtà svolte da uno degli indagati in favore della Onlus”.