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Intercettazioni: si al trojan horse, ma solo per per terrorismo e mafia

ROMA – Riforma delle intercettazioni, per ora il Trojan horse passa ma solo nelle indagini su terrorismo e mafia. Approvata dalla commissione Giustizia al Senato la riforma del processo penale che contiene modifiche alla disciplina sulle intercettazioni e sulla prescrizione. Dopo una lunga seduta notturna è stato deciso che sarà possibile solo quando si indaga su presunti terroristi o mafiosi l’utilizzo dei virus trojan nelle intercettazioni.

La questione è controversa perché l’intento della riforma è proprio quello di tutelare la privacy dei cittadini che finiscono fra gli indagati (vedi anche la questione delle pubblicazioni delle intercettazioni sui giornali). Il Trojan è una pratica molto invasiva. Spiega Mario Stanganelli sul Messaggero:

Questo è un software (appartenente alla categoria dei malicious software) che può sottrarre informazioni sensibili o accedere a sistemi informatici privati, senza che l’utente di un programma possa venire a conoscenza della presenza del Trojan. Insomma, si tratta di una sorta di virus informatico meno individuabile rispetto a quelli di cui normalmente si parla nel corso della ripulitura dei computer, non essendo rilevabile dai normali antivirus.

L’uso del Trojan – il cui nome deriva dal celebre Cavallo di Troia che consentì agli Achei di violare le mura della città di Priamo – nelle indagini giudiziarie presenta quindi aspetti particolarmente delicati, dal momento che questo software è stato spesso usato a fini criminali e di danneggiamento dei sistemi colpiti, potendo contenere qualsiasi tipo di istruzione maligna.

La commissione di palazzo Madama è orientata a consentirne l’utilizzazione solo in indagini riguardanti terrorismo e mafia. Un uso praticamente eccezionale considerata la rilevanza di questi due territori criminali. Per le altre indagini comprendenti tutti gli altri tipi di reati, ci si dovrebbe attenere ai strumenti di rilevazione e di registrazione utilizzati nelle operazioni di intercettazione giudiziaria.

Per quanto riguarda le intercettazioni, in commissione è passato l’emendamento dei relatori che dà la delega al governo a mettere a punto una normativa che tenga conto, tra l’altro, della libertà di stampa e di quanto previsto dalla Corte di Strasburgo sul terreno della tutela della privacy.

Il Csm la settimana scorsa ha deliberato, nel corso del suo ultimo plenum, una sorta di decalogo che pur «non intendendo – secondo le dichiarazioni del vicepresidente Giovanni Legnini – né anticipare né condizionare il legislatore» mira a essere utile a superare, in tema di intercettazioni, quella sorta di «stallo politico» venutosi a creare per le divergenze di vedute tra magistratura e politica. […] Il primo passo del Csm è stato quello di mettere a disposizione di tutte le procure italiane un insieme di «buone prassi» già adottate in materia da alcune delle maggiori procure, tra cui quelle di Roma, Napoli, Torino e Firenze. I principi della delibera – a cui secondo il Csm «sarebbe cosa saggia se il legislatore si ispirasse» – individuano la centralità del ruolo del pm che nel trattamento di dati sensibili è chiamato a «operare una prima selezione delle conversazioni», valutando se omettere «nelle conversazioni comunque rilevanti i riferimenti a cose e persone se non strettamente necessari, dandone conto con adeguata motivazione». Raccomandata, in specie, una «sobrietà contenutistica» nei provvedimenti giudiziari riportanti stralci di intercettazioni e, soprattutto, «l’uso mirato e razionale dell’udienza filtro che consente di predisporre adeguate misure di garanzia e salvaguardia dei dati e delle informazioni sensibili».

Il Consiglio superiore della magistratura dava indicazioni anche sul caso di «intercettazione casuale di conversazioni di parlamentari, che non andrebbero immediatamente trascritte ma indicate nel brogliaccio con la dicitura conversazione casualmente captata con parlamentare, dandone immediata informativa al pm per le sue valutazioni».

Per quanto riguarda la prescrizione, la commissione Giustizia del Senato ha adottato il testo base licenziato dalla Camera , che all’articolo 7 prevede l’aumento della metà dei termini di prescrizione per i reati di corruzione per l’esercizio della funzione, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio e corruzione in atti giudiziari.
Il testo del ddl verrà incardinato nel calendario dei lavori entro la settimana, ma per la discussione in Aula si dovrà attendere la ripresa del dopo ferie.

Polemiche sulle norme della riforma delle intercettazioni che potrebbero risultare restrittive della libertà di stampa.

Hanno votato contro la riforma i tre senatori del Movimento Cinquestelle, Maria Mussini, e, su molti emendamenti, anche Corradino Mineo, in sostituzione di un altro senatore componente della commissione. Molti esponenti delle opposizioni, soprattutto in Forza Italia, erano assenti al momento del voto.

“Una delle cose più pericolose di questo provvedimento – commenta Maurizio Buccarella (M5S) – è che si punisce sino a 4 anni di carcere il cittadino che diffonde immagini, video o conversazioni, pur registrati in sua presenza, recando danno all’immagine o reputazione altrui, se acquisiti fraudolentemente. Resta anche il dubbio interpretativo sull’ avverbio e, a nostro avviso, si limita la libertà di critica di ognuno di noi”. “Ma non si voleva depenalizzare il reato di diffamazione?”, domanda Buccarella.