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Italicum, ipotesi rinvio Corte Costituzionale a dopo il referendum

ROMA – Allargare lo spettro della verifica, analizzando il “legame perverso” tra legge elettorale e revisione costituzionale. E’ una delle istanze che il pool di legali anti-Italicum intendono presentare alla Corte Costituzionale, il prossimo 4 ottobre, quando cioè è atteso il pronunciamento sulla legge elettorale. Ipotesi che lascia presagire un possibile rinvio da parte dei giudici: un conto è valutare l’Italicum a Costituzione vigente e un conto è farlo dopo un’eventuale vittoria del sì al referendum e dunque a Costituzione modificata. Se così fosse, osserva giustamente Marco Conti sul quotidiano Il Messaggero, ci ritroveremmo ingarbugliati in un circolo vizioso per cui: “Il Parlamento resta in attesa del governo, il governo aspetta la Corte Costituzionale e la Consulta aspetta il referendum”.

Il team di legali coordinati da Felice Besostri, già autore del ricorso che portò alla bocciatura del Porcellum, è piuttosto agguerrito. In una memoria difensiva appena depositata in vista dell’udienza del 4 ottobre si legge: “L’Italicum è una legge molto simile al Porcellum, ma un po’ più furba e un po’ più ipocrita”, una “pessima legge” per la quale non bastano “piccoli ritocchi”, serve la volontà di modifiche più radicali.

Quel giorno di fronte ai giudici della Consulta saranno discusse due ordinanze, una proveniente dal Tribunale di Messina, l’altra da quello di Torino, a sostegno della quale va la memoria presentata ieri. A fare il punto sarà il giudice Nicolò Zanon, relatore della causa. Dietro quelle ordinanze ci sono le azioni promosse dagli avvocati schierati contro l’Italicum, in tutto un centinaio, che tra novembre 2015 e luglio 2016 di ricorsi ne hanno presentati 23 in altrettanti Tribunali civili: tre giudici hanno ritenuto che i dubbi prospettati andassero sciolti e girati alla Corte Costituzionale. Si tratta appunto di Messina e di Torino a cui pochi giorni fa si è aggiunta Perugia, troppo tardi per entrare nella discussione già il 4 ottobre. Ma la sostanza non cambia. In quelle ordinanze si dubita che il premio di maggioranza assegnato al ballottaggio senza stabilire una soglia minima di voti, sia costituzionale; perché così facendo può assicurarsi il 40% dei seggi anche chi al primo turno ha preso percentuali basse. Lo stesso vale per il divieto di coalizioni e per il meccanismo che permette ai candidati capolista di scegliersi il collegio di riferimento dopo il voto.

Queste le principali questioni già poste. Resta poi la richiesta di pronuncia post-referendum: per valutare gli effetti del rafforzamento dei poteri del premier a discapito di quelli del Parlamento e del Presidente della Repubblica, fino alle conseguenze sugli equilibri numerici delle Camere nel procedimento di messa in stato d’accusa del Capo dello Stato. Una richiesta che sembra andare nella direzione opposta a quella che emerge dai tanti rumors che in questi giorni si rincorrono: da quelli che danno per probabile un rigetto per inammissibilità, a quelli che invece parlano di un lavorio, che coinvolgerebbe anche membri della Corte, per spostare in avanti la decisione a dopo il referendum sulle riforme.

“E’ indubbio che la Corte ha margini di discrezionalità – osserva il costituzionalista Massimo Villone, presidente del Comitato anti-Italicum – ma non vedo appigli per un rinvio della causa o della decisione. Anche l’immagine della Consulta ne uscirebbe compromessa”. Va detto che la data del 4 ottobre è stata fissata da tempo e resa nota in un convegno pubblico il 27 aprile scorso dallo stesso presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi. Ma c’è chi sostiene che il grimaldello per un rinvio potrebbe offrirlo la stessa ordinanza del tribunale di Perugia che, ultima arrivata il 9 settembre, potrebbe trainare le altre e far slittare il calendario.

Quanto all’inammissibilità, fa notare Villone, “c’è una continuità indiscutibile tra Italicum e Porcellum, quindi sarebbe grave se ci fosse un’inversione nella giurisprudenza della Consulta”. “Non prendiamo parte a nessuna guerra, termine autorevolmente utilizzato in questi giorni – aggiunge Villone riferendosi a Napolitano – ma non basterà una modifica parziale dell’Italicum per arrivare a un nostro Si al referendum costituzionale”.