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Pensioni e vitalizi parlamentari: lo scandalo sono gli ex… e le Regioni

Pensioni e vitalizi parlamentari: lo scandalo sono gli ex... e le Regioni

ROMA – Pensioni e vitalizi, croce e delizia dei parlamentari e della politica italiana. Delizia  quando assumono la forma dell’assegno e croce quando, ciclicamente, diventano l’obiettivo degli  strali di una nascente campagna elettorale. E così accade oggi, con il M5S che promette di volerli  abolire e con il PD che ricorda che già aveva proposto di abolirli. Slogan e promesse elettorali,  sarebbe però bene sapere come stanno oggi davvero le cose e fare un po’ di chiarezza sul tema.

Cominciamo dai vitalizi, dai tanto odiati vitalizi. Questi, in realtà, già oggi sono un ricordo del  passato. Era infatti il 2011 quando vennero aboliti, sostituiti dalle pensioni calcolate con il metodo  contributivo. Chi oggi siede quindi in Parlamento non ha diritto né speranza di intascare un  vitalizio. Percepirà invece a 65 anni di età una pensione. Diverso è il discorso per chi sedeva in passato in Parlamento, (gli ex parlamentari) e quel  (discutibile) diritto lo ha già maturato e quell’assegno  large modello vitalizio (fino a cinque volte i contributi versati) lo sta già incassando. Ma su questo  torneremo più avanti.  Di nuovi vitalizi dunque non ce n’è più, quel che è rimasto, e su cui ora discutono 5Stelle e PD, sono le  pensioni dei parlamentari. Pensioni che, come detto, sono ormai da oltre un lustro calcolate con il  metodo contributivo.

Torniamo per chiarezza sulla differenza: vitalizio è assegno sganciato dai contributi e non legato al compimento dei 65 anni di età. Lo prendono gli ex parlamentari e, in forme diverse ma nella sostanza analoghe, gli ex consiglieri regionali.

Pensione dei parlamentari in carica si basa sui contributi versati (8/900 euro al mese), si incassa dopo i 65 anni, scatta dopo 4 anni e frazione d’anno della legislatura (per gli attuali parlamentari il 15 settembre).

Lo scandalo vero e la vera spesa e il vero privilegio sta nei vitalizi degli ex (Parlamento e Regioni) e non nella pensione degli attuali parlamentari.

Finora sia M5S che Pd hanno messo in piedi un teatrino propagandistico di successo sulla questione minore: la pensione dei parlamentari in carica. Nessuno ha avuto il coraggio o la forza di mettere in discussione i vitalizi degli ex. D’altra parte nel paese dei “diritti acquisiti” non è cosa semplice.

Deputati e senatori versano ora poco meno di mille euro al mese di contributi  che, raggiunti i 65 anni di età, si trasformeranno in una pensione correlata e coerente con i contributi.  La vera differenza rimasta con i ‘comuni’ cittadini è quindi legata all’età in cui si incasserà  l’assegno pensionistico, con i parlamentari che godono di un vantaggio di un paio d’anni su tutti noi  potendo incassarlo a 65 anni. Un diritto che si ottiene dopo quattro anni e ‘spicci’ di legislatura,  traguardo che chi siede oggi in Parlamento taglierà a metà del prossimo settembre e data sui cui,  furbescamente, i grillini e Renzi giocano le loro propagande.  Questo è dunque lo stato dell’arte ad oggi, con i vitalizi aboliti (ma non per gli ex) e le pensioni dei parlamentari in realtà poco più  generose di quelle degli altri italiani.

Ma, come scrive Paolo Baroni su La Stampa, “quella dei  vitalizi e delle pensioni dei parlamentari è una partita che nel complesso vale 200 milioni di euro all’anno e risparmi tra 60 e 76 milioni a seconda dei correttivi che si applicano. Ci sono infatti gli  assegni percepiti da ex deputati e senatori che in alcuni casi arrivano a superare i 6-7000 euro netti  al mese a fronte di contributi assolutamente inadeguati”.  ‘Ex’ è allora la parola chiave e la chiave di volta della partita. I 200 milioni citati da Baroni e  accarezzati nelle loro proteste/proposte da grillini e renziani sono infatti in larghissima parte uscite  che coprono spese passate. Di quei 200 milioni sono infatti circa 190 quelli che si spendono per  vitalizi e pensioni maturate in passato e maturate anche nei vari ‘parlamenti’ regionali. Sarebbero  dunque queste quelle che andrebbero ‘attaccate’ per risparmiare, ma qui si entra nell’alveo dei  famigerati diritti acquisiti.  La partita delle pensioni di parlamentari di oggi è quindi più di facciata e di forma che di sostanza. Di Maio & co. hanno promesso per oggi la proposta choc in cui chiederanno di destinare i  contributi da parlamentare agli enti previdenziali di provenienza di questi e non più nel bilancio di  Camera e Senato.

“Come è per ogni altro cittadino”, sostengono Di Maio e i colleghi. Far versare  cioè i contributi di chi siede in Parlamento nelle rispettive casse di previdenza: chi faceva il  giornalista all’Inpgi, chi lavorava in fabbrica all’Inps, chi faceva l’attore all’Enpals tanto per  intendersi.  “Resta da capire dove andranno quelli di Di Maio…”, commentano sarcasticamente dal PD visto  che l’attuale vicepresidente della Camera pentastellato prima di essere eletto era disoccupato. Ma il  Partito Democratico, come ricordato da una parte di questo, ha una proposta sostanzialmente  fotocopia già depositata in commissione a firma Matteo Richetti. “Siamo contenti che Di Maio si  sia accorto che si risparmierebbero molti soldi l’anno togliendo la gestione dei contributi  previdenziali a Camera e Senato”, dice lo stesso Richetti. La proposta a suo nome prevede la  creazione presso l’Inps di una gestione separata per le pensioni dei parlamentari. Le pensioni  verrebbero calcolate con l’aliquota vigente per i tutti i dipendenti pubblici e nessuno potrebbe  intascare l’assegno prima dei 65 anni, “come avviene per qualunque dipendente pubblico”, precisa  Richetti.

Meccanismo che verrebbe applicato anche agli ex parlamentari, quelli che godono ancora  dei vitalizi. Inoltre, lo stesso dovrebbero fare le Regioni, pena un taglio dei trasferimenti in caso di  rifiuto di adottare le stesse regole. “Se vogliono fare sul serio – dice Richetti – noi ci siamo. E  siccome Di Maio è membro dell’ufficio di presidenza della Camera, dovrebbe sapere che in quella  sede si può approvare un pezzo importante della riforma senza nemmeno dover ricorrere a una  legge, fa parte degli atti interni della Camera. Noi siamo pronti ad accelerare in ufficio di  presidenza, vediamo se vogliono fare sul serio o vogliono solo fare propaganda”.  In realtà, e non stupisce, i dem sono spaccati anche su questo tema e più di una voce chiede che  non s’insegua sempre e comunque Grillo, specie su temi su cui il Movimento ha costruito la  propria fortuna.

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