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Parlamentari: 7 su 10 opachi sui redditi? Boldrini, Grasso..

Il report di Openpolis su redditi e patrimoni dei politici mostra come la trasparenza, nonostante le leggi, sia un optional. Bene il governo, molto male i parlamentari. E poi c'è il caso fondazioni

ROMA – Redditi parlamentari: 7 politici su 10 non pubblicano i dati. Mario Monti ne aveva fatto uno dei capisaldi della sua azione da premier e ci aveva fatto persino un decreto, il “dl trasparenza”. Prevedeva che parlamentari e membri dell’esecutivo mettessero online, in modo trasparente e completo, la loro situazione relativa a redditi e patrimoni. A distanza di qualche anno però, e nonostante una legge sulla pubblicazione dei patrimoni esista addirittura dal 1982, di trasparenza se ne vede ben poca.  Le Camere, come scrive Paolo Fantozzi per l’Espresso, restano “oscure”.

Tutto parte dai dati elaborati da Openpolis nel suo progetto “patrimoni trasparenti”. Monti nel suo decreto del 2013 si era limitato ad estendere quanto previsto già da 20 anni fino ai parenti di secondo grado. Ma l’analisi di Openpolis dà dei risultati sconfortanti: quasi tre parlamentari su 4, infatti, si limitano a rendere pubblico il minimo indispensabile omettendo tutto ciò che è possibile omettere senza violare apertamente la legge.

Di bocciati illustri, secondo il rapporto di Openpolis, ce ne sono diversi. A cominciare dalla seconda e dalla terza carica dello Stato, Pietro Grasso e Laura Boldrini. I loro report su redditi e patrimoni sono compilati in modo parziale. Ma i due presidenti sono in buona compagnia. A compilare il tutto in modo parziale ci sono, per esempio, il presidente del Pd e commissario a Roma Matteo Orfini, uno dei più importanti esponenti del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, e un ministro del governo come Anna Madia. E c’è chi fa di peggio. Come i senatori fittiani che hanno il record di zero report completati su 10. Non brilla neppure il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli che ha “dimenticato” di allegare il rendiconto di quanto speso in campagna elettorale.

Promossi, in media, gli esponenti del Governo. Primo tra tutti Matteo Renzi che ha pubblicato tutto, compresi redditi e patrimoni dei nonni. Bene anche i ministri Padoan, Pinotti, Delrio, Galletti e Poletti. Ma non tutti, al Governo, sono stati ligi al dovere. C’è chi si è dovuto ravvedere, come spiega Fantozzi:

Angelino Alfano, ad esempio, pubblica per intero il suo modello Unico solo sul sito del Viminale ma non su quello della Camera. Idem per i ministri Boschi, Giannini, Lorenzin e Orlando, mentre Paolo Gentiloni ha reso pubblici i redditi della moglie solo quando è arrivato alla Farnesina.

I politici, in ogni caso, secondo il report di Openpolis non sono proprio tutti uguali. Nessuna forza politica ha il monopolio della trasparenza. Ma i dati dicono, per esempio, che nel Movimento 5 Stelle rende pubblico tutto quasi un parlamentare su due mentre in Forza Italia, per esempio, sono incompleti più del 90% dei report dei parlamentari. I dati di Openpolis relativi al Tasso di dichiarazioni parziali e incomplete. Spicca in senso negativo il gruppo dei fittiani:

Cor (Fittiani)100%
Forza Italia 92,9%
Lega 89,3%
Ala (Verdiniani) 86,7%
Sel 83,9%
Scelta Civica 83,9%
Ncd-Udc 83,9%
Misto 76,7%
Per l’Italia 75,0%
Fratelli d’Italia 75,0%
Gal 73,3%
Pd 72,5%
Aut-Psi 66,7%
M5S 55,1%

Il punto è che la norma non prevede nessuna sanzione per chi non compila. Non si va oltre la semplice “censura formale”. Conseguenze zero. Uno dei casi più emblematici è quello di Luigi Marino, senatore di Area popolare.  Nel 2014 non ha pubblicato assolutamente nulla. E la motivazione è quantomeno stravagante. Racconta il senatore che l’anno prima, dopo aver pubblicato la dichiarazione dei redditi era risultato l’onorevole più ricco di Bologna e provincia. E che per colpa dei suoi quasi 800mila euro dichiarati era incappato in un vero e proprio calvario con la gente che lo insultava in strada. Meglio, quindi, prendersi la censura e non pubblicare nulla.

Openpolis pubblica anche la classifica degli onorevoli più ricchi. Berlusconi che il seggio l’ha perso causa condanna definitiva non figura nella lista 2014. Ma è comunque Forza Italia a piazzare più uomini nella top ten dei redditi:

Antonio Angelucci Forza Italia5.355.604
Gregorio Gitti Pd3.926.209
Giulio Tremonti Gal3.485.458
Yoram Itzhak Gutgeld Pd3.233.190
Alberto Bombassei Scelta civica2.952.318
Niccolò Ghedini Forza Italia2.300.158
Alfredo Messina Forza Italia1.628.926
Paolo Vitelli Scelta civica1.546.828
Franco Carraro Forza Italia1.497.907
Salvatore Sciascia Forza Italia1.039.255

I soldi nascosti nelle fondazioni. Ma non finisce qui. Non c’è solo una questione di trasparenza dei redditi. C’è anche un problema di soldi nascosti nei bilanci di fondazioni di cui pochi sentono parlare e di cui pochissimi hanno capito l’ultilità. Un problema che, in certi casi, è anche di carattere penale. Della questione soldi nascosti, sempre per l’Espresso si sono occupati Paolo Biondani e Lorenzo Bagnoli. Facendo diversi nomi. Renzi,  Gasparri, Alfano, Alemanno, Quagliariello, D’Alema solo per citarne alcuni.

Uno dei casi emblematici è la fondazione Nuova Italia di Gianni Alemanno. Nasce nel 2003 e poco più di dieci anni dopo non esiste più. Sciolta dopo un periodo di sostanziale inattività. Così Biondani e Bagnoli ne riassumono la parabola:

All’inizio Gianni Alemanno e sua moglie Isabella Rauti figurano solo nel listone dei 449 «aderenti» chiamati a versare «contributi in denaro». Dopo l’ex parlamentare Antonio Buonfiglio, l’ex sindaco diventa anche formalmente presidente, con la consorte consigliere.

I primi soci sborsano il capitale iniziale di 250 mila euro, ma nessun atto registrato in prefettura quantifica i singoli finanziamenti né quelli degli anni successivi. Neppure se a versarli sono aziende sostenitrici come Finasi spa, Immobil-Gi e altre. Tra gli iscritti compaiono tutti i fedelissimi poi indagati o arrestati, come Franco Panzironi, segretario e gestore, Riccardo Mancini, Fabrizio Testa, Franco Fiorito e altri. Lo stesso Alemanno è stato rinviato a giudizio per un’accusa collegata di corruzione: 125 mila euro versati alla sua fondazione dalle cooperative rosse di Salvatore Buzzi, il presunto complice del boss nero Massimo Carminati.

“L’Espresso” ha scoperto che oggi la Nuova Italia non esiste più: il 23 novembre scorso la prefettura di Roma ne ha decretato lo scioglimento. Nel triste «atto di estinzione» si legge che «la fondazione nell’ultimo anno non ha svolto alcuna attività», tanto che «le raccomandate inviate dalla prefettura alla sede legale e all’indirizzo del presidente sono tornate al mittente con la dicitura sconosciuto».

Ma anche Matteo Renzi ha una sua fondazione. Si chiama Open e, spiega L’Espresso, riunisce gli “intimi” di Renzi. Per capire chi sono basta dare un’occhiata al consiglio direttivo. Ci sono il presidente Alberto Bianchi (consigliere dell’Enel), Luca Lotti (sottosegretario) e gli immancabili Marco Carrai e Maria Elena Boschi. La fondazione si annuncia come un caso di trasparenza ma secondo Biondani e Bagnoli le cose non stanno esattamente così:

Il sito di Open in effetti pubblica centinaia di nomi, con le cifre aggiornate al maggio 2015. Ma la fondazione «non pubblica i dati delle persone fisiche che non lo hanno autorizzato esplicitamente».

Il patrimonio iniziale di 20 mila euro, stanziato dagli amici fondatori, si è moltiplicato di 140 volte con i contributi successivi: in totale, 2 milioni e 803 mila euro. Sul sito compaiono solo tre sostenitori sopra quota centomila: il finanziere Davide Serra (175), il defunto imprenditore Guido Ghisolfi (125) e la British American Tobacco (100 mila). Molto inferiori le somme versate da politici come Lotti (9.600), Boschi (8.800) o il nuovo manager della Rai, Antonio Campo Dell’Orto (solo 250). Tirando le somme, i finanziamenti conosciuti ammontano a un milione e 849 mila euro.

La trasparenza però è solo apparente per i 45 mila euro versati da due società fiduciarie: schermi legali che coprono i veri interessati. E soprattutto restano misteriosi i donatori che si trincerano dietro il presunto diritto alla privacy. A conti fatti, si tratta di 934 mila e 514 euro: come dire che un terzo dei finanziatori di Renzi sono anonimi.

 

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