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Referendum autonomia, cosa succede adesso: battaglia delle tasse

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Referendum autonomia, cosa succede ora: escluse fughe in avanti tipo Catalogna

ROMA – Referendum autonomia, cosa succede ora: sarà battaglia sulle tasse. Per i promotori i referendum in Lombardia e Veneto sono stati un successo: chi è andato a votare ha scelto un “sì” che i numeri descrivono come un plebiscito (ma in Lombardia ha votato il 39%, con un 61% potenziale di contrari o indifferenti). Cosa possono ragionevolmente attendersi i “sì”, cosa dice la Costituzione, c’è un rischio Catalogna?

No rischi di una crisi alla “catalana”. Iniziamo dall’ultimo punto con una risposta rassicurante: non succederà nulla di simile, il governo catalano pretendeva di staccarsi dalla Spagna, Lombardia e Veneto si sono limitate ad appellarsi all’articolo 116 della Costituzione che consente al massimo di chiedere “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”.

Tasse. La richiesta dei promotori, in particolare della Lega Nord, che per esempio la Lombardia trattenga il 90% delle tasse locali, non è ricevibile. Contrasta con la Costituzione dove è esplicitato come lo strumento del referendum è inapplicabile se si parla di materia fiscale. Rivendicare la potestà su quei 50 mld di surplus fiscale lombardo non è un’istanza ricevibile. Potranno trattenere più soldi in loco, Lombardia e Veneto, se otterranno maggiori competenze nel negoziato con lo Stato centrale.

Competenze che possono essere richieste in 20 materie di potestà legislativa concorrenti come coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, lavoro, energia, infrastrutture e protezione civile e in tre materie che ad oggi sono di potestà legislativa esclusiva dello Stato (giustizia di pace, istruzione, tutela dell’ambiente e dei beni culturali).

Era necessario il referendum? A questo proposito, cioè la richiesta delle Regioni di maggiori competenze, ci si può chiedere se il referendum fosse realmente necessario e in ogni caso se sia lo strumento più efficace. La risposta non è positiva.

Tant’è che l’Emilia Romagna, senza spendere un soldo per la consultazione popolare, ha già raggiunto un’intesa con palazzo Chigi sulle materie su cui rivendica maggiori poteri (sanità, politiche del lavoro, ambiente e imprese, ricerca e lo sviluppo) e a breve avvierà i vari incontri di merito coi dicasteri interessati. (Paolo Baroni, La Stampa)

 

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