Blitz quotidiano
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Referendum, prima di votare no pensate a Massimo D’Alema e leggete qui…

ROMA –  Comunque vada a finire il referendum del 4 dicembre Massimo D’Alema annuncia, con tanto di intervista, che dal giorno successivo non si occuperà più di politica in Italia. Curioso: il leader Maximo che tante riforme non è riuscito a portare a casa (ricordate la Bicamerale?) vuole terminare, così almeno dice, la sua carriera politica in italia sabotando una altrui riforma.

Chi è intenzionato a votare no (assolutamente legittimo) al prossimo referendum un minimo ci pensi: sta assecondando volontà e desiderio di D’Alema. Che sul suo futuro ha già deciso tutto o quasi. Niente più politica italiana, forse era ora, e “buen ritiro” in quel di Bruxelles  a presiedere la Fondazione culturale dei Socialisti europei, subito dopo il voto del quattro dicembre.

Un’uscita garantita dall’ex premier “sia che vinca Il No che il Sì”, precisa parlando a margine della kermesse di ‘Alternative – associazione a sinistra’ che si svolge a Roma. D’Alema, però, non perde l’abitudine al progetto politico e alle decisioni. Col pretesto di non voler “gettare via” il lavoro fatto a sostegno del no annuncia una sorta di successione politica: “Cosa farò il 5 dicembre? I Comitati ‘scelgo No’ crescono e recuperano militanza, recuperano chi se ne’era proprio andato. Io il 5 dicembre mi porrò il problema di consegnare le chiavi di questa rete, ma ho già in mente qualcuno”, assicura senza fare il nome dell’erede.

“Tornerò ai miei studi bruxellesi che – aggiunge – spero siano utili anche alla sinistra italiana. Non credo che questa rete di partecipazione debba sciogliersi ma credo debba spendersi per una battaglia politica della sinistra per il futuro”. E a chi gli chiede se rinnoverà la tessera del Pd replica così: “credo che sia quinquennale…”.

Intanto, però, in attesa del 5 dicembre D’Alema continua a essere iper presente sui giornali. Sul Corriere della Sera concede una lunga intervista a Dario Di Vico in cui parla di tutto, dalla sconfitta di Hillary Clinton  fino alla austerità nella Ue:

Anche lei è stato clintoniano.
«Considero una disgrazia la sconfitta di Hillary ma non chiudo gli occhi sugli errori. In America con Obama è aumentata l’occupazione, ma anche precariato, bassi salari e super sfruttamento. È da questa miscela che è nata la rivolta contro le élite. E comunque non sottovaluto i rischi della politica estera di Trump. Come può pensare di dar via libera a Israele di annettere Gerusalemme? Si accentuerebbero i conflitti con il mondo islamico e non ne abbiamo proprio bisogno. E poi come fa a pensare, dopo una svolta simile, di accordarsi con Putin? Vedremo, anche cosa farà l’Europa».
Non è un gran momento per il presidente Juncker.
«Juncker ha reagito con grande dignità all’elezione di Trump interpretando in modo efficace il punto di vista dell’Europa. Anche per questo motivo non ha senso indebolire la Commissione e le istituzioni europee. Le colpe sono dei governi nazionali e di alcuni in particolare. Se fossi in Renzi allenterei la polemica con Bruxelles».
Ma Renzi contesta le politiche per l’austerità. Lei no?
«Condivido, non da oggi, la sua critica all’austerità. Ci sono però due modi di combatterla: il primo è chiedere più soldi per i singoli Paesi, l’altro è promuovere scelte comuni su infrastrutture, ricerca, politica industriale. Temo che Renzi abbia scelto la prima strada con il risultato di aumentare il deficit per di più con un impatto assai modesto sulla crescita, che ci vede agli ultimi posti in Europa. Bisogna battersi per rafforzare la Ue, non per rilanciare gli egoismi nazionali. E le priorità sono due: una politica della difesa comune e un salto nella cooperazione tra i Paesi pronti a farlo. Meglio un’Europa a due velocità che non la stagnazione».