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Referendum, se vince il No e Renzi lascia, Zingaretti studia da premier e taglia il ticket

Referendum, se vince il No e Matteo Renzi si dimette, Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio potrebbe essere la ruota di scorta, mentre lo stesso Renzi, arroccato nella segreteria del Pd, prepara le elezioni?

Zingaretti come alternativa a Renzi è certo più presentabile di altre ipotesi che si sono sentite fare, da Enrico Letta a un resuscitato Mario Monti, auspice Giorgio Napolitano, una scelta sicura per fare andare Beppe Grillo al 40 per cento dei voti. Non Berlusconi ma Monti fu la vera causa della tremenda recessione che ancora ci affligge. Con Monti la disoccupazione schizzò alle stelle, con Monti il Pil, che aveva iniziato a riprendersi, precipitò, con Monti Beppe Grillo diventò il primo partito in Italia.

Zingaretti è un vecchio comunista, ma un comunista dal volto umano e, nonostante qualche grana, ha tutte le carte in regola per fare il primo ministro, certo ha dalla sua la simpatia. Non ha l’aria arrogante di Massimo D’Alema né somiglia a Dzeržinskij come Pippo Civati, ha il grande vantaggio di assomigliare al fratello, Luca Zingaretti, interprete del popolarissimo commissario Montalbano. Faccia simpatica, modi cordiali, grande manipolatore dei giornali, passato alla storia per la nuova sede della Provincia di cui fu presidente per una modica spesa di 263 milioni di euro, quando ormai si sapeva che il destino delle Province, almeno sulla carta era segnato (ma forse fu preveggente, anche se un po’ spendaccione), è stato anche autore di politiche molto comuniste. Una è stata quella di alzare le tasse agli abitanti del Lazio, ma non a tutti, solo a quelli che già le pagano; i poveri, inclusi i tanti finti poveri, nessuno li ha toccati. Sul tema tasse ci fu anche un pubblico, per quanto ovattato, scontro fra Renzi e Zingaretti. Ma la politica, si sa, è come il calcio e il pallone è rotondo.

Due mosse recenti di Zingaretti, collegate proprio con la pressione fiscale e col referendum, rimettono la palla al centro e aprono le porte alle illazioni, che, inquadrate da alcuni retroscena, confermano le chiacchere.

Ha tagliato il ticket della sanità, si è schierato per il Si, magari a mezza bocca, con una intervista a Repubblica.

La notizia da cui prende spunto il tourbillon è che dal primo gennaio 2017 nel Lazio non si pagherà la quota regionale del ticket sulle prestazioni sanitarie. Come ha spiegato Mauro Evangelisti sul Messaggero,

“oggi il cittadino di Roma e del Lazio per un risonanza magnetica e per la Tac paga in totale 61,10 euro; nel 2017 invece gli sarà chiesto solo la parte del ticket nazionale, 46,10 euro, perché non ci sarà più la quota regionale, obbligatoria dal 2008, di 15 euro”. [Seguono altri dettagli e calcoli che aiutano a capire l’infinita magnanimità di Zingaretti].
Dal 2008 nel Lazio si paga anche una quota di ticket regionale perché a suo tempo l’allora presidente Piero Marrazzo prese tale decisione in una Regione commissariata a causa di un disavanzo della sanità pari a 1,7 miliardi di euro. Dopo Marrazzo è venuta la Polverini e, dopo la Polverini, Zingaretti. Hanno lavorato bene e il 2016 dovrebbe chiudersi a 160 milioni di deficit, meno di un decimo della cifra iniziale.

Carlo Picozza, su Repubblica, spiega come i risparmi siano stati una

“importante leva (usata a volte a scapito di qualche servizio) per conquistare risorse: la centralizzazione degli acquisti ha fruttato 60 milioni di economie, 90 quelli sulla farmaceutica e 120 sul personale, con il turnover sbloccato solo per il 15% prima e, dal 2015, al 30 (nel 2018, in vista della scadenza elettorale, si prevedono rimpiazzi al 95%)”.

L’annuncio della riduzione dell’importo del ticket regionale è stato accolto con entusiasmo dalla gran parte degli mezzi di informazione. In realtà si tratta della cancellazione, dal primo gennaio prossimo, degli aumenti introdotti nel 2008 dall’allora governatore Piero Marrazzo in qualità di commissario di governo per la sanità del Lazio. Non è un grande sforzo a ben vedere. La Regione rinuncerà a una ventina di milioni all’anno che quegli aumenti fruttavano. Si tratta di poca cosa, di un gettito basso, ben al di sotto, insomma, degli effetti attesi dal decreto che varò quei rincari. Anzi, per gli osservatori più attenti delle dinamiche economiche della sanità laziale, quella scelta si è rivelata un vero e proprio boomerang per le casse della Regione. I cittadini, infatti, si sono orientati sempre più verso i privati che, nel frattempo, avevano affilato le armi, abbassando i prezzi delle loro prestazioni e riuscendo così, anche grazie a quegli aumenti, a competere, e in parte a sbaragliare, l’offerta del Servizio sanitario laziale.

Questo mette in luce l’analisi proposta dall’articolo su Repubblica a firma di Carlo Picozza (sabato 12 novembre 2016) che fa intuire una occasione perduta, quella della possibilità concreta, conti alla mano, di restituire ai cittadini altri aumenti ben più significativi, quelli dell’addizionale Irpef e dell’alliquota Irap che, come sottolinea Picozza, “fanno dei contribuenti del Lazio i più tartassati d’Italia”. In realtà, questo secondo aspetto per gli abitanti della regione è ben più importante del primo e sarebbe ora che il governatore Nicola Zingaretti, anche lui commissario di governo per la sanità regionale (in definitiva, parte e controparte, controllato e controllore) desse seguito all’impegno più volte annunciato e rinviato di un abbassamento delle imposte regionali.

Per ora

“scomparirà la quota aggiuntiva di partecipazione degli assistiti alla spesa, varata nel 2008 e con gli aumenti, sarà cancellato il loro gettito: 20 milioni all’anno. Poca cosa. Oggi si può. Con la crescita del flusso di entrate in Regione, attinte dal Fondo sanitario nazionale (sui 200 milioni in più nel 2016), è possibile. Lo consente la graduale riduzione del deficit sanitario (dai 700 milioni del 2013 ai 322 del 2015, ai 170 “tendenziali” per il 2016). Allora, si può davvero fare a meno di quei 15 euro in più per gli esami diagnostici (tac e risonanza), dei 4 euro per le visite, dei 5 per la fisioterapia.
E la mossa guarda lontano: al rientro nell’area dell’offerta pubblica, di quelle prestazioni diventate ormai appannaggio dei centri privati, a causa degli alti costi del ticket che praticamente rendono più conveniente rivolgersi fuori dal Servizio sanitario pagando per intero. Il ticket per una visita specialistica, per esempio, fino al 31 dicembre, costerà 50,10 euro, mentre viene assicurata dal privato a un massimo di 40 (lo stesso importo del ticket ridotto). La misura, dunque, interessando le tasche dei cittadini, potrà agire per il riequilibrio del “mercato” dell’assistenza, garantendo una qualità più certificata e, in prospettiva, un flusso maggiore di entrate per le casse della Regione.
Le maggiori entrate per il Servizio sanitario regionale sono anche assicurate dall’extragettito (gli aumenti regionali) di Irpef e Irap che vedono i contribuenti del Lazio tra i più tartassati d’Italia con l’addizionale al 3,3% per i redditi superiori ai 35 mila euro lordi (all’1,73%vper quelli inferiori), e l’imposta a carico delle imprese al 4,92″.

Ancora una volta Zingaretti perde una occasione. Una piccola la perse qualche anno fa quando, annunciando un primo risparmio conseguito, invece di compiere un gesto simbolico, quello della restituzione ai congribuenti tartassati anche fosse solo di uno 0,01% del maltolto, preferì elargire quel paio di milioni di euro ai tanti comuni che sviluppassero inutili quanto costose attività culturali.

La seconda, grande, l’ha persa ora, alla vigilia del referendum: quella di ridurre la non più necessaria addizionale Irpef.

Qui ci sono due spiegazioni. Una è che Zingaretti tenga in serbo questa mossa per quando sarà in corsa davvero per la poltrona di Palazzo Chigi. L’altra è che Renzi non glielo avrebbe fatto fare, come il Ministero della economia non ha permesso che il Lazio fosse ufficialmente proclamato “risanato”, nonostante tutti i tecnici fossero concordi che le condizioni si erano verificate.