Blitz quotidiano
powered by aruba

Referendum: voto estero vale il 5%. E sono più facili i brogli

ROMA – Referendum: voto estero vale il 5%. Ma più facili i brogli. Cosa c’è che non va con il voto degli italiani all’estero? Il ricorso (preventivo?) del Comitato del No al referendum in caso di vittoria del Sì per il contributo decisivo della circoscrizione estero aggiunge nuova tensione tra i due schieramenti e si torna a discutere delle falle nelle procedure dei tanti concittadini iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire). Considerando 25/30 milioni di votanti preventivati per il 4 dicembre, e tra 1,4 e 1,5 milioni dall’estero (dei circa 4 milioni aventi diritto), il contributo della circoscrizione oltre confine vale tra il 5 e il 6%: può essere cioè decisivo.

La legge Tremaglia. Introdotta 10 anni fa, la legge Tremaglia che ha concesso agli italiani all’estero di partecipare alla vita politica nazionale, ha finora consentito tre tornate di elezioni politiche generali e tre referendum. Problemi? Molti, a giudicare dall’allarme lanciato nel 2013 dall’ambasciatrice Cristina Ravaglia, direttore generale per Italiani all’estero e Politiche migratorie su un sistema “totalmente inadeguato, se non contrario ai fondamentali principi costituzionali che sanciscono che il voto sia personale, segreto e libero”.

Si vota per posta, entro il 1° dicembre. Anche perché si vota per posta e qualche problema tecnico insorge sempre. Un problema è rappresentato dalle stamperie locali che materialmente forniscono le schede: può succedere, come è successo, che vengano stampate 120mila schede in più ( Buenos Aires 2018), con ovvio aumento della possibilità di brogli.

Nel caso del referendum costituzionale, vengono considerate valide soltanto le buste arrivate agli uffici consolari entro le ore 16, ora locale, di giovedì 1° dicembre. Le buste che arriveranno fuori tempo massimo saranno bruciate. Ma l’arrivo a scaglioni, la procedura a tappe, costituiscono un altro punto critico. Come segnala La Stampa.

Si racconta che a un’elezione del 2008 arrivarono a Roma trentamila schede dalla Svizzera che erano di colore diverso da quello regolamentare, portavano tutte il voto per l’Udc e sembravano vergate dalla stessa mano. Furono annullate in blocco. (Francesco Grignetti, La Stampa)

Il ricorso del Comitato del No. “Attualmente per gli italiani all’estero non sono garantite né la segretezza né la libertà di voto”. E’ contro la legge 459 del 2001, varata dal governo Berlusconi II per disciplinare proprio l’esercizio di voto all’estero, che Alessandro Pace, presidente del Comitato per il No, punta il dito. Delineando uno scenario che, sottolinea, emergerebbe a prescindere da chi vincerà il referendum. Da qui la possibilità di impugnare il voto degli italiani all’estero. Ipotesi che, a 12 giorni dal voto, il Comitato per il No oggi ha illustrato alla Stampa estera, scatenando l’ennesima polemica referendaria. Eppure, secondo Pace, la tesi del ricorso è più che concreta.

“L’art. 48, comma 2, dispone che il voto è personale ed eguale, libero e segreto” laddove “l’art.12 della legge del 2001, nel disciplinare le modalità di voto per corrispondenza degli italiani all’estero non garantisce che l’elettore, nel momento dell’espressione del voto, sia ‘solo’ (e quindi ‘libero’) come invece accade nella cabina dei seggi elettorali”, spiega Pace all’ANSA ricordando come da tempo chieda che siano installati presso i consolati italiani nel mondo dei seggi ad hoc. Ecco perché, secondo il costituzionalista abruzzese, l’art. 12 della legge 459 così come il comma 2 dell’art. 1 – disciplinando il voto per corrispondenza – sono costituzionalmente “illegittimi violando gli articoli 3, 48 e 138 della Costituzione”.