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Roma, un anno di Raggi: 2 ordinanze su 3 per nomine, incarichi e poltrone

Roma, un anno di Raggi: 2 ordinanze su 3 per nomine, incarichi e poltrone

Roma, un anno di Raggi: 2 ordinanze su 3 per nomine, incarichi e poltrone

ROMA – Roma, un anno di Raggi: 2 ordinanze su 3 per nomine, incarichi e poltrone. Un anno di Virginia Raggi sindaco di Roma è sufficiente per un bilancio parziale della sua amministrazione: un anno intero trascorso più a completare la squadra che a decidere interventi e provvedimenti per la città. Lo confermano i numeri messi in fila dall’inviato de La Stampa Alessandro Barbera (cui la sindaca si è rifiutata di fornire una spiegazione o un commento).

In un anno di governo a 5 Stelle, Raggi ha prodotto 227 ordinanze, di cui i due terzi (149 atti) riguardano nomine, incarichi, deleghe operative assegnate o revocate ad assessori e dirigenti. Se ci spostiamo all’attività della Giunta,la musica cambia di poco: su 285 delibere, più di un terzo (75 atti) ha riguardato assunzioni di personale esterno.

Sono 102 i collaboratori esterni nominati dalla Giunta, dodici in più della stagione Marino, quindici in più dell’era Alemanno. Nomine-incarichi-assunzioni: se cedessimo alla retorica anti-casta, sarebbe facile dire “poltrone, poltrone, poltrone…”.

Nel frattempo, nonostante gli annunci di rivoluzioni copernicane nella gestione dei rifiuti, l’80% del trattamento è in mano ai privati perché Ama riesce a smaltirne solo il 20%, la raccolta differenziata è scesa, ogni giorno 300 guasti azzoppano la flotta bus dell’Atac.

In campagna elettorale ha insistito su un tema popolare: la rinegoziazione del debito monstre in mano alle banche. Finora si è limitata a far votare al Consiglio comunale 143 delibere per il pagamento di debiti fuori bilancio su un totale di 179. Delibere votate quasi tutte a cavallo di Natale e che valgono circa cento milioni di euro: la Corte dei Conti ora indaga sospettando danni erariali. La giunta ha discusso 25 delibere sulle società partecipate dal Comune, ma del piano di razionalizzazione della megaholding pubblica c’è solo un progetto sulla carta. (Alessandro Barbera, La Stampa)

 

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