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Scissione Pd, Enrico Letta: “Non può finire così”. Minoranza: “Emiliano sia conseguente”

Scissione Pd, Enrico Letta: "Non può finire così". Minoranza: "Emiliano sia conseguente"

ROMA – Non c’è più nessuna trattativa possibile: il congresso del Pd è avviato, domani, 21 febbraio, la direzione nominerà la commissione incaricata di gestire il percorso. E Matteo Renzi non parlerà, anzi neanche parteciperà, perché – spiegano i suoi – si è ormai dimesso da segretario.

Sono Michele Emiliano, Roberto Speranza ed Enrico Rossi – dicono i renziani – a dover decidere se sfidare Renzi nelle primarie di primavera oppure uscire dal partito. Speranza, che guida i bersaniani, e Rossi non andranno alla direzione e hanno più di un piede fuori. Emiliano viene descritto come ancora incerto: i renziani non escludono ripensamenti.

Ma all’indomani dell’assemblea, mentre proseguono gli appelli e c’è chi tiene accesa la fiammella dell’unità, la scissione è nei fatti. E tra chi resta, già si tessono le trame del congresso: Andrea Orlando, Gianni Cuperlo e Cesare Damiano lavorano a una candidatura alternativa a Renzi.

“Guardo attonito al cupio dissolvi del Pd. Non può, non deve finire così”, scrive su Facebook Enrico Letta, rompendo un lungo silenzio sulle questioni del partito. Non cita Renzi, ma appare chiaro che si riferisce a lui quando invoca che “generosità e ragionevolezza” prevalgano su “logiche di potere”. Perché ricorda che proprio tre anni fa fu costretto a lasciare Palazzo Chigi con “sgomento solitario”: “Oggi sento la stessa angoscia collettiva di tanti che si sentono traditi e sperano che non sia vero. Mai avrei pensato 3 anni dopo a una simile parabola”.

Un atto di accusa che la maggioranza Pd respinge: “Caro Letta, il Pd non finisce certo qui. La nostra storia è più importante dei nostri leader”, scrive su Twitter Matteo Ricci. Renzi trascorre il lunedì a Firenze e domani non sarà in direzione: è già proiettato sulla campagna congressuale.

A gestire la transizione ci sarà Matteo Orfini, ma sarebbe da definire se sarà lui a guidare la commissione che fisserà regole e date del congresso: l’organismo sarà ufficializzato domani in direzione e dentro ci saranno rappresentanti delle diverse componenti, si attende solo di sapere se ci sarà anche un rappresentante di Emiliano. Per Renzi però la partita è chiusa: le primarie, afferma Guerini, saranno “ad aprile”. Il segretario vorrebbe il 9 aprile ma se Orlando e Franceschini lo chiederanno si potrebbe arrivare al 7 maggio, non oltre, per chiudere presto la discussione interna e fare la campagna per le amministrative.

E il governo? La finestra del voto a giugno è di fatto chiusa e Renzi ha ribadito sostegno a Gentiloni. Ma certo, osservano i renziani, se dopo la scissione la sinistra si mettesse di traverso in Parlamento potrebbe assumersi la responsabilità di far cadere il governo: la linea dell’esecutivo non si farà condizionare dagli ‘scissionisti’, affermano, se servirà sui singoli provvedimenti sarà messa la fiducia. Anche un mediatore speranzoso come Gianni Cuperlo, si arrende intanto all’evidenza: domani è “probabile” venga ufficializzata la scissione.

Del resto il presidente della Toscana Rossi già ha annunciato che restituirà la tessera del Pd, accusa Renzi di aver “bastonato” la minoranza e guarda avanti, ai nuovi gruppi parlamentari che “sosterranno il governo”. Anche le parole di Speranza sono definitive: “Renzi rompe il Pd, non ci sono le condizioni per stare nel congresso”. Massimo D’Alema nega di essere l’artefice della scissione e attacca: “Occorre una svolta radicale nel centrosinistra perché il Pd ha perso il suo popolo”. Per la rottura formale, si aspetta solo Emiliano.

Gli uomini vicini al governatore spingono per restare, Francesco Boccia invoca per tutto il giorno un’apertura, ma in assenza di segnali domani al massimo il passo formale sarà compiuto. “Se la mia candidatura è in grado di far ripensare chi ha preso la strada della scissione io sono in campo, più importante di noi è il destino del Pd”, dice intanto il ministro Andrea Orlando. Ma le sue parole sembrano rivolte più a convincere i bersaniani e gli ‘emiliani’ ancora indecisi, che non a scongiurare la scissione.

Nella serata di domenica Orlando ha visto Cuperlo e Cesare Damiano: insieme costruiranno l’ala sinistra del Pd, la minoranza che sfiderà Renzi al congresso, con lo stesso Orlando o con Damiano. In quell’area potrebbero confluire gli ex civatiani di Rete Dem, che restano nel Pd, e anche l’area che fa capo a Maurizio Martina. Orlando, si dice, potrebbe essere sostenuto anche da Nicola Zingaretti. Ma la partita delle candidature congressuali è appena iniziata.

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