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Sondaggi, Pd paga per la scissione: -2%. Matteo Renzi -8%. Regge M5s

Sondaggi, Pd paga per la scissione: -2%. Matteo Renzi -8%. Regge M5s

ROMA – Il Pd paga il prezzo della scissione: l’ultimo sondaggio Ixé testimonia un brusco calo del Partito democratico, non paragonabile alle piccole quanto progressive “cadute” dei mesi scorsi. L’effetto scissione pesa per oltre il 2 per cento nelle intenzioni di voto. Segno che a giochi ancora parzialmente aperti e nonostante i rientri di ipotizzati scissionisti (Michele Emiliano in primis) la slavina potrebbe prendere dimensioni diverse quando ci sarà maggiore chiarezza sull’offerta politica.

In questa chiave assume un rilievo relativo anche che l’85 per cento degli elettori Pd voglia tornare a votare Dem anche nel dopo-scissione. Perché quella cifra apparentemente rassicurante indica anche una potenziale trasmigrazione di voti democratici (persino a carte ancora “coperte”) pari al 15 per cento.

E per quanto ciò non indichi automaticamente un identico bacino elettorale per gli scissionisti, può rappresentare una cartina di tornasole dello stato d’animo degli elettori dem.

Peraltro, a fronte di una tenuta del governo di Paolo Gentiloni, a perdere posizioni non è solo il partito, ma anche Matteo Renzi nel suo gradimento come futuro segretario (con un crollo di ben otto punti in una sola settimana).

Ma a prevalere è ancora una volta la confusione, dato che anche i suoi concorrenti (Emiliano e la new entry Andrea Orlando) sono in calo. Prevedere dove tutto questo indirizzerà gli elettori appare quanto meno prematuro. Sarà appunto la qualità delle leadership e dell’offerta politica definitiva a determinare la direzione.

Gli unici elettori a sembrare indifferenti a quanto avviene, persino a casa loro, sono quelli del Movimento 5 stelle. Non importa quanto litighino, quanto si dividano in “ortodossi” e “governativisti”, quante bufere anche giudiziarie calino sull’amministrazione capitolina quanto possano risultare impopolari i tentennamenti di Virginia Raggi sullo stadio romanista. Per loro i sondaggi sono sempre favorevoli e in crescita.

Dove le cose vanno decisamente male è in area centrodestra, quasi una scissione progressiva. Nella percezione degli elettori i “sovranisti” rappresentati da Matteo Salvini e Giorgia Meloni sono sempre più distanti dai “moderati” rappresentati soprattutto da Silvio Berlusconi.

Secondo un altro sondaggio, condotto da Swg, solo il 45 per cento di chi vota Lega o Fdi ha ancora una pulsione “unitaria”, mentre ancora ci crede la maggioranza degli azzurri (57 per cento). Gli elettori di tutti i partiti di centrodestra (quindi non solo i tre maggiori) credono nell’alleanza più o meno quanto i “sovranisti”, collocandosi al 46 per cento.

A impressionare è però il dato di percezione di tutti gli elettori italiani, non solo di centrodestra: solo il 24% vede possibile l’alleanza tra le due aree. Ma è sulle tematiche, a partire dal ‘no’ a Unione europea ed Euro, che la distanza tra i due gruppi appare sempre più siderale. E forse incolmabile se le posizioni rimarranno così rigide e se la legge elettorale non renderà quasi coercitiva l’alleanza.

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