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Sondaggio Demos: M5s in calo (29%), Pd sale (32%)

ROMA – . Il sondaggio dell’Atlante Politico di Demos di oggi, sabato 10 settembre, su Repubblica mostra come le polemiche “romane” abbiano indebolito il M5S e rafforzato il Pd di Renzi. Nel voto proporzionale, infatti, rispetto a giugno, il M5S scenderebbe di 3-4 punti, fermandosi intorno al 29%. Superato dal Pd, che risalirebbe al 32%.

Scrive Ilvo Diamanti:

La crisi romana del M5S, peraltro, favorisce una ripresa, per quanto limitata, dei consensi al governo, al PDR (Partito di Renzi) e al premier. Il sostegno per l’azione del governo, infatti, resta elevato e, comunque, stabile. Il 43%: praticamente inalterato rispetto a un anno fa. Mentre, in base alla fiducia personale nei leader, Renzi si colloca in testa alla graduatoria, con il 44%.

Queste tendenze, comunque, non segnano una svolta netta. Un cambiamento del clima d’opinione. Soprattutto, non sembrano annunciare una crisi del M5S.

Anche se, fra gli elettori, crescono i dubbi sulla capacità di governare. Non solo il Paese ma anche le città. Una quota ampia delle persone intervistate, oltre 4 su 10, si dimostra, però, indulgente. Gli riconosce, dunque, la volontà di cambiare, E, quindi, implicitamente, la possibilità di sbagliare. Per migliorare la politica. D’altra parte, il M5S si presenta, ancora, come l’unica alternativa al Pd. Secondo partito, nel voto proporzionale. Tutti gli altri lontanissimi. Fuori gioco. Forza Italia e la Lega di Salvini: affiancati, intorno al 10-11%. La Sinistra: poco meno del 6%. I FdI e gli altri soggetti di Destra al 4,5%. I “centristi”: più sotto.

In caso di ballottaggio con il Centrodestra, il M5S non avrebbe problemi. Così restano in due, PDR e M5S, a contendersi il primato. Governo e contro-governo. Leader e anti-leader. Politica e anti-politica. Che, tuttavia, in questa fase appare una “retorica” politica – di successo.

La fiducia verso i leader:

Se valutiamo la graduatoria della fiducia verso i leader, questa situazione si precisa, in modo evidente. Dietro al premier, unico a superare il 40%, sono in molti a collocarsi oltre la soglia del 30%. Dentro e fuori il Pd. Fra i leader del M5S, Di Maio è preferito a Di Battista. Ma di poco: 38% a 35%. Entrambi, però, sono superati da Virginia Raggi. La sindaca di Roma. Il rumore mediatico e le polemiche intorno a lei, dunque, sembrano favorirla. Le offrono visibilità e, paradossalmente, legittimazione. Presso l’opinione pubblica, infatti, più che un amministratore inadeguato, la Raggi appare il bersaglio di guerre politiche interne ed esterne al M5S. Pardon: al partito. P5S.

Fra i leader degli altri partiti, Gi Meloni e Matteo Salvini procedono affiancati, intorno al 36%. Superati da Pierluigi Bersani. Riferimento dell’opposizione interna. Dunque, “dentro” al Pd. Perché l’ipotesi di una lista a sinistra del Pd raccoglie consensi molto limitati. E non piace neppure ai simpatizzanti di Bersani.

I problemi, per il premier, provengono, semmai, dal referendum sulla riforma costituzionale. Collocato tra fine novembre e inizio dicembre. L’esito di questa scadenza, infatti, appare incerto. Il Sì, oggi, prevarrebbe di pochi punti. E anche se Renzi sta cercando di ridimensionarne la connotazione “personale”, la maggioranza degli elettori continua a percepirlo come una verifica politica diretta. Su di lui e il suo governo. Peraltro, e per contro, il fronte del No non dispone di figure in grado di imprimere una spinta propulsiva determinante. Semmai, è vero il contrario. Massimo D’Alema, in particolare, che ha formato un “Comitato Nazionale per il No”, ottiene un livello di consensi molto limitato: 24%. (Non solo a causa del referendum probabilmente.) Meno di Silvio Berlusconi e Stefano Parisi. Il fondatore di Forza Italia e il suo erede. In fondo alla graduatoria dei leader. A conferma del declino forzista. Visto che i suoi attori risultano, ormai, periferici nel sistema politico e nelle preferenze elettorali.

Così, per ora, non si vede un’alternativa all’alternativa del M5S. Nonostante i conflitti romani. Che lo hanno posto al centro dell’attenzione mediatica e politica. Hanno sollevato e stanno sollevando tante polemiche. All’interno e all’esterno.

Al contrario: tanto rumore rischia di produrre l’effetto contrario. Legittimare Virginia Raggi, come protagonista interna al partito. E, a maggior ragione, all’esterno. Tra i suoi avversari. Perché quando Matteo Renzi attacca il M5S romano per la decisione di rinunciare alle Olimpiadi o per il caos che lo scuote, in questa fase, in effetti, lo legittima. Rafforza la sua immagine di unica vera opposizione. E riassume la politica italiana nel contrasto e nell’alternativa fra PDR e P5S. Per citare un noto autore romano: “Tutto il resto è noia”.