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Terremoto, Renzi a Preci: “Ci vorrà tempo, ma ce la faremo. Nessuno sarà deportato”

PRECI (PERUGIA) – Servirà tempo, non ci saranno deportati,  ma l’Italia ce la farà. Parola del presidente del Consiglio Matteo Renzi che martedì ha visitato Preci, paese in provincia di Perugia, tra i paesi colpiti dal disastroso terremoto del 30 ottobre.

Per ricostruire, e soprattutto restituire a queste terre l’identità violata dal terremoto, spiega Renzi, “ci vorrà tempo”. Perché né il governo né tantomeno qualcun altro ha “la bacchetta magica”. Chi “promette miracoli” fa dunque ancora più danno, alimentando “la tensione e le false aspettative”.

Matteo Renzi nel giorno dei santi torna per la terza volta nelle zone devastate dell’Italia centrale: era stato ad Amatrice dopo la scossa del 24 agosto, poi giovedì scorso a Camerino ed oggi a Preci, minuscolo borgo al confine tra Marche e Umbria, epicentro del terremoto di domenica scorsa.

Il premier arriva in Umbria accompagnato dalla moglie Agnese per una visita privata: la messa di Ognissanti officiata nel giardino di fronte alla chiesa della Madonna della Peschiera dal vescovo di Spoleto-Norcia Renato Boccardo, il sacerdote che ha celebrato il suo matrimonio. Ma la sua presenza, nel giorno in cui l’ennesima scossa, stavolta un 4.8, produce di nuovo crolli e paura in una popolazione giù fortemente provata, serve a ribadire che l’Italia non abbandona questa gente. “Non lasceremo solo nessuno”, ripete, infatti, il premier alla gente che gli stringe la mano e che gli racconta l’incubo del terremoto.

E lo stesso farà il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha deciso di anticipare il rientro da Betlemme e domani sarà prima Norcia e poi a Camerino. Entrambi sanno che lo Stato non può permettersi di fallire questa sfida, perché significherebbe perdere ogni credibilità. Ma la partita è tutt’altro che semplice. Perché non c’è solo da ricostruire le case. Anzi, quello forse è il compito più semplice e in ogni caso verrà non prima di un paio d’anni.

Ora le priorità sono altre: c’è da assistere migliaia di persone – 22mila, secondo l’ultimo dato del Dipartimento della Protezione Civile – in più di cento comuni di tre regioni, far ripartire l’economia, assicurare le lezioni scolastiche, tenere unite le comunità, garantire ad allevatori e agricoltori di poter continuare l’attività. Un lavoro improbo reso ancora più complesso dal fatto che paesi e borghi sono tutt’altro che uniti. Renzi, anche per rispondere alle accuse, ribadisce che “nessuno viene deportato”: ma gli alberghi sulla costa o al Trasimeno sono stati presi in quei posti “perché lì ci sono e qui no”. Dunque fin quando non verranno realizzate le “soluzioni ponte” quella è l’unica alternativa. Le soluzioni ponte rispondono al nome di container. E qui sorge un secondo problema. Quanti ne servono? Chi allestirà in brevissimo tempo le aree per i moduli, che non potranno essere quelle dove andranno le casette, che necessitano di un tipo diverso d’urbanizzazione?

Il presidente del Consiglio conferma che “tra giovedì e venerdì il Cdm varerà il decreto” con le misure per il terremoto, “coinvolgendo i sindaci”. Ma ammette che servirà “tanta energia e decisione” da parte di tutti “perché è una sfida difficile”. “Vorrei che non sfuggisse a nessuno – aggiunge infatti – l’entità del sisma di cui stiamo parlando, è un mezzo miracolo che non ci siano morti”. Il provvedimento molto probabilmente conterrà anche le misure per “accelerare le procedure” consentendo, ad esempio, di acquistare i container evitando la gara europea o al genio dell’Esercito di realizzare tutte le aree per i moduli. La sfida è comunque impegnativa e non è un forse un caso che, parlando del crollo della basilica di San Benedetto, il premier abbia lanciato un nuovo messaggio all’Europa e ai tecnici di Bruxelles impegnati a fare le pulci alla manovra. “San Benedetto è il patrono d’Europa ma da oggi è il simbolo dell’Europa. E la chiesa di San Benedetto va ricostruita, come va ricostruita l’Europa”.