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Trivelle, referendum 17 aprile: perché si vota e cosa cambia

ROMA – Domenica 17 aprile si apriranno le urne (dalle ore 7 alle 23), per lo svolgimento del referendum abrogativo sulla durata delle trivellazioni in mare, che nello specifico prevede la cancellazione, mediante un unico quesito, dell’articolo 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006 numero 152 (Norme in materia ambientale).

Le concessioni in Italia durano 30 anni; attualmente, se il giacimento non è esaurito si può chiedere il rinnovo per 10 anni; poi ancora per cinque anni. Se passasse il referendum, alla prima scadenza la concessione verrebbe terminata.

Il corpo elettorale, composto da tutti i cittadini italiani che abbiano compiuto la maggiore età, è pari a 46.887.562. A questi vanno aggiunti 3.898.778 di elettori residenti all’estero, che però dovranno esprimere il proprio voto per corrispondenza. Al voto potranno partecipare anche gli italiani residenti temporaneamente all’estero – come gli studenti Erasmus – che tuttavia devono aver inviato entro il 25 febbraio una richiesta al proprio comune di residenza per ricevere il plico con la scheda. Questa possibilità è stata resa possibile grazie a una recente riforma della legge elettorale. Il corpo elettorale è ripartito negli oltre 8 mila comuni italiani e nelle 61.563 sezioni elettorali distribuite sul territorio nazionale.

In ogni caso per approvare la proposta soggetta a referendum occorre che vadano a votare almeno il 50% più uno degli aventi diritto al voto e che la maggioranza dei votanti si esprima con un ‘‘. E’ bene ricordare che la legge di stabilità 2014 (articolo 1, comma 399 della legge numero 147 del 27 dicembre 2013) ha previsto che “a decorrere dal 2014 le operazioni di voto in occasione delle consultazioni elettorali o referendarie si svolgono nella sola giornata della domenica”, dalle ore 7 alle 23.

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Referendum sulle trivelle: quale sarà il quesito?

Ci verrà chiesto: volete voi che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se sotto c’è ancora gas o petrolio? Il quesito riguarda solamente la durata delle piattaforme già attive. Il quesito non riguarda le attività petrolifere in terraferma né riguarda quelle in mare a una distanza superiore alle 12 miglia dalla costa (22,2 chilometri), cioè in acque internazionali.

Che succederà se vincono i sì?  

Se vince il sì, le società petrolifere che hanno già concessioni per cercare ed estrarre gas e petrolio in mare (ma vicino alle coste, entro le 12 miglia marine) una volta scaduta la concessione dovranno «chiudere» la piattaforma e riconsegnare la concessione alla sua scadenza prevista. La prima «trivella» si fermerà nel 2018, l’ultima nel 2034. Nel frattempo, all’interno delle concessioni già rilasciate potranno essere installate nuove piattaforme e scavati nuovi pozzi. Se vince il sì, però, una dopo l’altra le piattaforme situate sotto costa chiuderanno, perché per ora in base alla legge non si possono più richiedere concessioni per nuove estrazioni entro le 12 miglia. Oltre le 12 miglia, in mare aperto, invece, sarà comunque possibile continuare a trivellare ed estrarre. Ovviamente una vittoria del sì rappresenterebbe un segnale politico chiaro della volontà degli italiani. E probabilmente in questo caso c’è da attendersi una riduzione più o meno graduale dell’attività petrolifera in mare.

E se vinceranno i no o le astensioni?  

In caso di vittoria del no o di non raggiungimento del quorum la norma rimarrà in vigore così com’è, ovvero l’attività di estrazione potrà continuare fino all’esaurimento del giacimento. Ancora, in questo caso bisogna ipotizzare che la tendenza che vede uno spostamento dalle fonti energetiche fossili a quelle “pulite” verrà rallentata o arrestata. E che in particolare il gas (e in parte anche l’estrazione di petrolio) possa continuare ad avere un peso significativo nel mix energetico del Paese.

C’è poi chi, come il presidente del Consiglio Matteo Renzi, sostiene che la cosa migliore sia astenersi. E chi invece, come il presidente della Consulta Paolo Grossi, ritiene che la partecipazione al voto fa parte della carta d’identità del buon cittadino: “Si deve votare, nel modo in cui ognuno crede di votare”.