Blitz quotidiano
powered by aruba

Utero in affitto: quando era M5S a proporre legge a favore

ROMA – Il 5 aprile 2013, appena entrati in Parlamento, i senatori del Movimento 5 Stelle depositarono un disegno di legge per cancellare il divieto di ricorso alla maternità surrogata anche per le coppie omosessuali, in pratica consentire alle coppie di formare una famiglia attraverso la pratica offensivamente chiamata “utero in affitto”, tecnicamente nota come gap, gravidanza per altri.

Lo ricorda Jacopo Jacoboni su La Stampa, una circostanza importante per capire le oscillazioni i tema di diritti e valori di un movimento che Beppe Grillo nelle ultime sortite ha attestato su posizioni diametralmente opposte. Per cui “qualcosa nel concetto di utero in affitto mi spaventa, e non ha a che fare con l’omosessualità” (Grillo), “I supermarket dell’ utero in affitto vanno chiusi” (Di Maio) e via pontificando (è più che legittimo convergere sulle tesi della Cei)) senza spiegare, però, quale radicale trasformazione – ideale, politica, valoriale – sia intervenuta nel giro di tre anni.

Quand’è che i sentimenti per difendere i quali, nel 2013, era necessario e doveroso prendere atto della “duttilità della famiglia”, si sono ridotti a diventare “low-cost” (sempre Grillo)? E In che modo la promozione della “genitorialità delle coppie omosessuali” è scivolata nell’aggressione a un omo in carne ed ossa come Nichi Vendola definito “una majorette che rotea strane mazze colorate guidando un corteo di pareri in svendita”?

Pare incredibile leggerlo (il ddl, ndr.) oggi dopo le parole odierne (domani chissà) di Di Maio: «In particolare l’articolo 3, comma 4, dispone l’abrogazione delle parti della legge 40 che dispongono il divieto di accesso alle tecniche di procreazione assistita da parte delle coppie dello stesso e il divieto di ricorso a tecniche di tipo eterologo». La conclusione è disarmante, letta oggi: «Per consentire anche il ricorso alla maternità surrogata, si abroga il divieto di dichiarare la volontà di non essere nominata, imposto alla donna che faccia nascere un figlio a seguito dell’applicazione di tecniche di procreazione medicalmente assistita». (Jacopo Jacoboni, La Stampa)