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Arabia Saudita, Iran vieta pellegrinaggi alla Mecca

ROMA – Dopo gli incidenti alla Mecca del settembre scorso, quando la calca di musulmani travolse e uccise diversi fedeli iraniani, Teheran vieta il pellegrinaggio minore o “Umra” fino a quando l‘Arabia Saudita non garantirà migliori condizioni di sicurezza. E’ questa l’ultima mossa nella guerra a distanza tra Iran e Riad, dopo l’esecuzione, da parte dei sauditi, dell’imam sciita Nimr al-Nimr, che ha provocato la violenta reazione di Teheran che ha portato all’assalto alla ambasciata saudita e all’interruzione delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi musulmani.

Solo poche ore prima della nuova decisione iraniana il Consiglio di sicurezza dell’Onu aveva condannato l’assalto dei manifestanti, ma non l’esecuzione di al-Nimr, più che altro forse giustiziato perché in passato aveva offeso la casa reale saudita.

Da allora le già tese relazioni tra la Repubblica islamica sciita e il Regno sunnita si sono infiammate. Il presidente iraniano Hassan Rohani ha accusato esplicitamente l’Arabia saudita, scrivendo sul proprio sito che Riad “non può coprire il suo ”, cioè l’aver messo  a morte l’imam sciita Nimr al-Nimr, tagliando i rapporti diplomatici con l’Iran. Una decisione che è stata seguita anche da alcuni dei più stretti alleati del Regno, come Sudan, Bahrain e Kuwait.

Rohani ha difeso le manifestazioni, anche violente, del popolo iraniano: “E’ naturale che ad un contro i diritti islamici e umani vi sia una risposta dalla pubblica opinione”, ha detto nel corso del suo incontro con il ministro degli Esteri danese Kristian Jensen.

Domenica il presidente iraniano aveva definito “ingiustificabili” gli attacchi di “individui estremisti” all’ambasciata saudita e quelli contro il consolato a Mashad, chiedendo alla magistratura e al ministro dell’intelligence di identificare i responsabili.

Lunedì l’ambasciatore iraniano presso l’Onu Gholam Ali Khoshrou ha assicurato in una lettera al segretario generale Ban Ki-Moon che l’Iran sta compiendo ogni sforzo per arrestare e perseguire legalmente i responsabili, con una prima ondata di una cinquantina di arresti, in linea con le convenzioni internazionali sui rapporti diplomatici.