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Arabia Saudita: petrolio ai minimi per affossare shale Usa

Arabia Saudita continua a pompare petrolio nonostante i rischi politico-finanziari: obiettivo mantenere la sua fetta di mercato. Ed eliminare...

ROMA – L’Arabia Saudita, uno dei principali attori dietro il crollo del prezzo del petrolio, non si piega e rilancia la sua sfida: “se i prezzi continuano ad essere così bassi possiamo resistere per un periodo molto, molto lungo”, e abbiamo la capacità di far fronte a “qualsiasi situazione ci presentino i mercati”. Ma le dichiarazioni al Forum economico mondiale di Khalid al-Falid, presidente del colosso petrolifero saudita Saudi Aramco, a quale logica rispondono, qual è il calcolo sotteso?

Sul New York Times un’analisi di Stanley Reed prova a spiegare quella che a prima vista sembra una scelta azzardata se non, di fatto, già controproducente. E’ vero, si tratta di una strategia rischiosa che sta impattando sulle finanze del regno e minando la capacità di continuare a finanziare i generosi programmi sociali (dalla benzina a bassissimo costo ai sussidi abitativi) con cui la famiglia reale da lungo tempo si assicura la stabilità interna (il petrolio rappresenta il 70% delle entrate saudite).

E’ vero anche che le ingenti riserve finanziarie ammontano a 630 miliardi di dollari, ma al momento i sauditi stanno erodendo questo tesoretto al ritmo di 5/6 miliardi al mese (fonte Roubini Global Economics). Tuttavia, Reed sottolinea il pragmatismo della scelta di non tagliare la produzione. L’Arabia Saudita scommette di poter vincere la guerra di logoramento sul prezzo del greggio, non soltanto con i rivali Opec come l’Iran, ma anche contro i produttori non Opec come la Russia o gli stessi Stati Uniti, i cui produttori di shale-oil hanno contribuito all’eccesso di offerta mondiale (aggravata dal calo della crescita globale e quindi della domanda).

L’obiettivo principale è la strenua difesa della fetta di mercato saudita, un barile di petrolio su 9 è fornito dai sauditi. Molto semplicemente, sostengono, tagliare la produzione ora per aumentare i prezzi significherebbe lanciare una cima di salvataggio alle società americane dello shale-oil, proprio nel momento in cui tante stanno affondando sommersi da debiti che sarebbero sostenibili solo con un prezzo del petrolio almeno triplo rispetto all’attuale.

Non funziona dicono all’Opec, ma i sauditi pensano a se stessi. Lo spiega bene un ex vicepresidente di Aramco, Sadad al-Husseini, ora a capo di una società di consulenza con uffici in Baharain e Arabia Saudita: “Per mantenere un’economia efficiente in termini di investimenti non si può aggiungere o tagliare la produzione di mezzo milione di barili ogni volta che il mercato richiede di aumentare i prezzi”.